A Rotherham 1400 bambine stuprati da immigrati, le autorità tacevano: non volevano sembrare “razzisti”

A Rotherham 1400 bambine stuprati e le autorità tacevano: non volevano sembrare “razzisti”
„In una cittadina dello Yorkshire, migliaia di abusi sono stati perpetrati in oltre 15 anni da una banda composta in prevalenza da cittadini di origine pachistana. Un rapporto ha stabilito che l’amministrazione sapeva e non è intervenuta“

Cose terribili sono avvenute a Rotherham”. Inizia così il rapporto della funzionaria governativa Louise Casey che contribuisce a squarciare il velo sulla tragedia vissuta dalla comunità di questa piccola cittadina dello Yorkshire, dove tra il 1997 e il 2013 circa 1400 minori sono stati vittime di abusi e violenze.

Molto più di uno scandalo “da provincia”, che nasconde profonde implicazioni politiche e culturali: appare sempre più evidente che le autorità di Rotherham sapevano e hanno taciuto (almeno a partire dal 2010), per timore di apparire “razzisti”, con un’opinione pubblica spaccata e una stampa britannica che si rinfaccia, tra fogli conversatori e giornali progressisti, di aver contribuito ad alimentare un “malinteso” che ha poi portato alla tragedia. Perché cinque degli stupratori identificati e processati nel 2010 – nel processo che per primo sollevò la questione – erano tutti di origine pachistana.

Un’ipotesi, quella del “politically correct” a tutti i costi, che ha trovato nel tempo più di una conferma e che è finito nero su bianco nel rapporto firmato da Louise Casey e pubblicato oggi. Il rapporto Casey segue di pochi mesi quello redatto dal professor Alexis Jay, che lo scorso agosto contribuì a svelare i terrificanti retroscena dello scandalo di Rotherham, dopo che un’inchiesta condotta dal Times rivelò che lo scandalo sessuale era molto più grave di quello che il processo che portò alla condanna dei cinque pachistani lasciava intendere, rivelando l’esistenza di una banda che per 16 anni ha stuprato, rapito, violentato e sfruttato migliaia di bambine e ragazze.

“Ho trovato un’amministrazione locale incapace di ammettere la realtà”, dice Casey e per questo conclude che il Rotherham Council “is not fit for purpose”, ossia non è più adatto per restare in carica e svolgere il proprio compito. Il rapporto Casey ha disvelato una cultura fatta di bullismo, sessismo, insabbiamenti e un contorto quanto errato senso di “political correctness”, che hanno portato a un’incapacità di accettare, comprendere e contrastare un fenomeno come quello dello sfruttamento minorile su vasta scala che stava travolgendo la comunità. Il ministro per le autorità locali, Eric Pickles, è intervenuto alla Camera dei Comuni, annunciando l’intenzione di voler nominare una squadra di cinque commissari che amministreranno in Comune, al quale verranno imposte elezioni anticipate per l’anno prossimo.

La gran parte delle 1400 vittime accertate sono bambine o ragazze. Molti di loro avevano alle spalle situazioni famigliari complicate o provenivano da case famiglia, per poi finire drogate e costrette a subire violenze sessuali e torture indicibili, oppure “venduti” ad altri, le famiglie sono state minacciate qualora avessero denunciato gli abusi. Un’inchiesta del Times, pubblicata nello stesso giorno del Rapporto Casey, ha rivelato inoltre che un poliziotto corrotto e due politici locali risultano accusati di aver commesso abusi su minori.

Dopo la diffusione del Rapporto Jay, diversi notabili di Rotherham hanno rassegnato le proprie dimissioni, compreso il laburista Shaun Wright, responsabile per la Polizia e il Crimine del South Yorkshire e consigliere incarico dall’amministrazione di Rotherham di sovrintendere ai servizi per l’infanzia tra il 2005 e il 2010.

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Ritrovato il corpo di Enrico Cordella l’ultimo giovane disperso in mare

Trovato il corpo di Enrico Cordella, l’ultimo ragazzo disperso in mare. A trovarlo un sub privato nei pressi di Santa Maria la Scala.

Le speranze dei parenti del giovanissimo Enrico Cordella erano già infrante. Il ragazzo, insieme ai suoi amici, si trovava a bordo di una Fiat Panda verde al molo di Santa Maria La Scala.

Il corpo è stato ritrovato ad otto giorni dalla tragedia.

 

A farli finire in mare sarebbe stata una forte mareggiata che avrebbe trascinato in mare la vettura.

Dopo il ritrovamento dei corpi del 27enne Lorenzo D’Agata e della giovane Margherita Quattrocchi, oggi è la volta di Enrico Cordella.

 

L’Urlo

Ansia e attacchi di panico in aumento in Italia: dati allarmanti

Secondo il sondaggio Eurodap, il 79% dei soggetti esaminati ha avuto nell’ultimo mese manifestazioni fisiche frequenti e intense di ansia. A soffrirne maggiormente sono le donne, ma i casi aumentano anche tra gli uomini

Gli Italiani soffrono sempre di più di ansia e attacchi di panico, con una percentuale di casi in continuo aumento. Lo rivela un sondaggio online condotto dall’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (Eurodap), al quale hanno partecipato oltre 700 persone con età compresa tra i 19 e i 60 anni.

Ansia, apprensione e difficoltà a rilassarsi

Scopo del questionario era quello di indagare quanto frequentemente le persone sperimentino nella loro quotidianità alcuni dei sintomi tipici dell’ansia e del panico. Dai dati conclusivi è emerso che ben il 79% dei soggetti che hanno risposto ha avuto nell’ultimo mese manifestazioni fisiche frequenti e intense di ansia, mentre il 73% del campione si percepisce come una persona molto apprensiva, che si preoccupa facilmente per cose o situazioni di poco valore. Il 68% ha invece riferito di vivere con molto disagio lo stare lontano da casa o dai luoghi familiari e il 91% ha dichiarato di avere non poche difficoltà nel rilassarsi.
Stando a quanto riferiscono gli esperti, gli attacchi di panico sono episodi che si manifestano generalmente tra i 15 e i 35 anni, con una nuovo picco di insorgenza tra i 44 e i 55 anni. A soffrirne maggiormente sono le donne, ma il fenomeno è in aumento anche tra la popolazione maschile, soprattutto tra professionisti e manager.

L’esperta: “Scenario preoccupante e sottovalutato”

Secondo Paola Vinciguerra, presidente Eurodap ed autrice di diversi studi sul tema, i dati raccolti dal sondaggio “descrivono uno scenario molto complesso, preoccupante e spesso sottovalutato soprattutto dai più giovani. Episodi di ansia – continua – non sono da minimizzare poiché, se ignorati, potrebbero generare a loro volta attacchi di panico. Tale esperienza viene spesso vissuta come un vero e proprio evento traumatico”. Inizialmente, quando l’ansia è ancora sostenibile, spiega l’esperta, si prova “un lieve stato di apprensione assieme a sintomi fisici e psicologici multipli come palpitazioni, leggera sudorazione e un’iperfocalizzazione sulla situazione o l’oggetto in questione. L’aumento dell’adrenalina nel nostro sistema – aggiunge – scatena inoltre una serie di processi neurochimici tali da far aumentare il battito cardiaco, predisponendoci poi ad un’eventuale iperfocalizzazzione sulle sensazioni provate, scatenando così un comportamento d’urgenza di allontanamento dalla fonte di minaccia o di pericolo”.

I consigli per affrontare condizioni di panico

Infine, Vinciguerra ha lasciato alcuni suggerimenti per affrontare queste condizioni: “Innanzitutto imparare a respirare per rilassarsi e poi essere presenti nel qui ed ora, cercando di tener presente anche durante un attacco di panico che esso ha una fine; ciò può infatti essere utile per riacquisire la calma perduta”, consiglia l’esperta. “Fondamentale – aggiunge – è anche saper spostare l’attenzione: l’eccesso di concentrazione verso ciò che si sta provando durante un attacco di panico fa si che tale esperienza sia vissuta come qualcosa di pericoloso. Saper spostare, invece, l’attenzione altrove può permetterci di distanziarci dai sintomi fisici e dai pensieri catastrofici”, conclude Vinciguerra.

Sky

Cara Italia: nasce in Italia il primo partito per gli immigrati

Il movimento “Cara Italia” intende promuovere una società italiana multiculturale e multietnica, lottare per i diritti degli immigrati e puntare a formare un Parlamento multietnico

 

Si chiama Cara Italia ed è un movimento nato per dar voce agli immigrati in Italia. Il fondatore è Stephen Ogongo, originario del Kenya e caporedattore di 10 testate giornalistiche del gruppo Stranieri in Italia. Lo scorso ottobre su Facebook ha dato vita a una pagina per sponsorizzare il suo movimento, raccogliendo finora seimila adesioni.

“Il movimento, spiega Ogongo, ha come protagonisti gli immigrati e gli italiani che lavorano insieme contro il razzismo e tutte le altre forme discriminazioni razziali. Una casa comune per cercare di mettere insieme associazioni, organizzazioni, gruppi che si occupano dei diritti dei nuovi italiani”.

Cara Italia: movimento e partito politico

Cara Italia non sarà solo un’associazione sociale ma un vero e proprio partito politico.

L’obiettivo è creare una classe dirigente ibrida, fatta di persone di ogni etnia e formare un Parlamento multietnico. Inoltre, il movimento, da un punto di vista sociale, vuole impegnarsi per lottare contro l’intolleranza, il razzismo e tutte le altre forme di discriminazioni razziali ed etniche, combattere per la giustizia e i diritti di tutti, inclusi gli immigrati e ottenere una legge che permetta ai bambini stranieri nati in Italia di ottenere automaticamente la cittadinanza.

Sul piano politico, invece, Cara Italia vuole dare a milioni di immigrati residenti in Italia la possibilità di votare alle elezioni politiche e di partecipare a tutti gli ambiti della vita. Ogongo, infatti, ritiene ingiusto negare a queste persone il diritto di esprimere la loro opinione nel Paese in cui vivono.

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Milano, coda e ressa per le Nike Air Max: un’edizione limitata da 160 euro

Decine e decine di ragazzi hanno riempito via Statuto a Milano in attesa dell’apertura del NikeLab, lo store che ha messo in vendita in edizione limitata le nuove Air Max, scarpe vendute al costo di 160 euro e vendute esternamente anche a 5/600 euro. È stato necessario a causa della ressa anche l’intervento della polizia.

Ancora una volta il negozio Nike Lab St18 è stato preso d’assalto da decine e decine di ragazzi pronti a sfidare il freddo per avere l’ultimo modello di scarpe targato Nike. Si tratta delle Air Max 90, prodotte in edizione limitata per lo store di via Statuto e via della Moscova, a Milano, acquistabili ad un prezzo agevolato di 160 euro. Sì perché le stesse scarpe pare siano vendute fuori ad un prezzo che sfiora anche i 500 euro. Così in tantissimi si sono dati appuntamento per riuscire ad accaparrarsi le ambite scarpe: hanno dormito, se così si può dire, all’esterno del negozio dove hanno iniziato a prendere posto mercoledì sera. E così questa mattina i più fortunati hanno ricevuto il bracciale giallo, utile ad accedere in negozio per comprare proprio le Air Max.

In molti però hanno lamentato la scarsa organizzazione da parte degli addetti ai lavori che avrebbero distribuito i bracciali ad amici e conoscenti. Qualcun altro invece ha avuto da ridere sulla ressa. Effettivamente è stato necessario anche l’intervento di diverse volanti della polizia che hanno dovuto attendere che il tutto terminasse senza troppi incidenti. Intanto sui social sono stati diffusi foto e video dei ragazzi in coda all’esterno dello store, tra incredulità e non poche polemiche, qualcuno si chiede: “Ma non dovreste essere a scuola?”, qualcun altro invece rimane attonito davanti alla scena di molti ragazzi arrampicati sui muri nella noncuranza generale.

Un episodio simili accaduto lo scorso dicembre per le Nike Air Force 1
Non è la prima volta che si verifica un episodio del genere, lo scorso 19 dicembre infatti in decine avevano sfidato il gelo della notte restando all’esterno dello stesso store Nike per più di 12 ore: obiettivo in quel caso era accaparrarsi le nuove scarpe Off-White x Nike Air Force 1 nei colori Black e Volt, anche queste prodotte in edizione limitata.

milano.fanpage.it

Divorzio Kyenge, parla il marito: “Non la vedevo mai, compro un altro cane”

La saga della fu famiglia Kyenge continua. Dopo che nei giorni scorsi Domenico Grispino, marito dell’europarlamentare, aveva annunciato di volersi candidare nelle fila della Lega, Kyenge aveva svelato che il suo matrimonio è ormai al suo capolinea.

 

La Zanzara

E proprio oggi, a La Zanzara su Radio 24, Grispino è tornato sull’argomento: “Lei ha lasciato me – spiega – Io la facevo andare avanti, tanto prendevo un altro cane e avevo la compagnia“. Insomma, il marito dell’eurodeputata vedeva più il cane della moglie. “In cinque anni qui non la vedevo mai – spiega – Stavo col cane, e adesso pure senza. Ora prenderò un altro cane“. Una dichiarazione non proprio lusinghiera quella di Grispino, ma è noto che i rapporti tra i due si erano raffreddati già da tempo. Mesi fa l’uomo aveva annunciato di voler dare il proprio voto alla Lega, nonostante il fuoco incrociato dei leghisti nei confronti della (ex) moglie. Ma i leghisti, sono veramente razzisti? “Ma queste sono cagate – dice lui – I razzisti ci sono ovunque, anche a sinistra. E anche i neri sono razzisti con i bianchi, in Africa. Vai giù in Congo e ti chiamano Muzungu”.

 

Una separazione “senza sangue”

Grispino non ha rimpianti. E’ fiero di avere scelto di candidarsi con la Lega e non si cura del fatto che questo abbia portato allo scoperto il suo divorzio con la Kyenge. Anzi, in realtà “questa storia ha fatto pubblicità a mia moglie, è andata su tanti giornali che non li ha mai visti – chiarisce – In faccia non ha avuto il coraggio di dirmi nulla. Mi ha chiamato da Bruxelles, ma non mi sono offeso. Era già finita la storia, non si devono trascinare le cose finite. È stata lei a parlare pubblicamente di divorzio, io non l’ho mai fatto”. La Kyenge si era detta, in quell’occasione, imbarazzata, ma in realtà è proprio Grispino ad esserlo “Anzi, io ci ho rimesso, che da cinque anni non lavoro. Nell’ultimo rinnovo dei consorzi in Emilia mi hanno trombato. Perché avevano votato per uno della Lega. È stata una separazione senza sangue, non ho voluto nulla. Potevo chiedere gli alimenti perché non lavoro, lei invece lavora e invece non ho voluto niente. Fine delle trasmissioni”. Chapeau!

 

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Delitto di Cogne, Annamaria Franzoni è libera: ha scontato la pena

Nel 2008 era stata condannata a 16 anni per l’omicidio del figlio Samuele di 3 anni, avvenuto nel 2002. La pena è stata ridotta grazie a 3 anni di indulto e ai giorni concessi di liberazione anticipata. “Vorrei far capire che sono innocente”, le sue prime parole

 

Annamaria Franzoni è libera. La donna era stata condannata nel 2008 a 16 anni per l’omicidio del figlio Samuele di 3 anni, avvenuto a Cogne il 30 gennaio 2002. Nelle scorse settimane, come apprende l’Ansa, è stata informata dal Tribunale di sorveglianza di Bologna che la sua pena è espiata, con mesi di anticipo rispetto alle previsioni, potendo usufruire di molti giorni di liberazione anticipata per la buona condotta. Da giugno 2014 Annamaria Franzoni era in detenzione domiciliare a Ripoli Santa Cristina, sull’Appennino bolognese. “Da un lato sono contenta, dall’altro vorrei trovare la maniera di far capire alla gente che non sono stata io”: sarebbero queste le prime parole della donna, pronunciate con persone a lei vicine , dopo la notifica della fine della pena.

In carcere dal 2008 al 2014, poi ai domiciliari

La donna, che si è sempre proclamata innocente, era stata condannata in via definitiva la sera del 21 maggio 2008, quando la Corte di Cassazione aveva confermato la sentenza della Corte di appello di Torino. Già quella notte si erano aperte per lei le porte del carcere di Bologna. Qui è rimasta fino al 2014, poi per quasi cinque anni è stata ai domiciliari, ma aveva già ottenuto il beneficio del lavoro esterno in una coop sociale e alcuni permessi per stare a casa con i due figli, di cui il minore nato un anno dopo il delitto di Samuele.

La riduzione dei 16 anni di pena per Annamaria Franzoni

I 16 anni di pena sono stati ridotti a meno di 11 grazie a 3 anni di indulto e ai giorni concessi di liberazione anticipata, il cui presupposto è che il detenuto partecipi all’opera di rieducazione e di reinserimento nella società: è possibile ottenere fino a 45 giorni ogni semestre di detenzione, considerando anche quella domiciliare.

Mafia nigeriana, centomila affiliati in Italia: ora è allarme serio. Di buonismo si può morire

Si chiama “Black Axe” : è un clan nato in Nigeria ed esportato om Italia.“Black Axe” è il cuore della mafia nigeriana nel nostro Paese. E il primo fatto preoccupante è che conta centomila affiliati. Praticamente si tratta della comunità di nigeriani più consistente in Italia. Quindi parliamo di un gruppo ramificato e potente, che rappresenta una seria minaxccia all’ordine pubblico  e al vivere civile.  Normale che ora scatti l’allarme. Ma doveva scattare da molto prima.

Attività criminali in espansione

La mafia nigeriana ha cominciato a espandersi sotto l’ala di Cosa Nostra, per poi acquisire una sua  autonoma potenza, Il clan nigeriano addirittura  produce  direttamente  la droga sintetica, ancorché la venda comunque   con il consenso delle mafie italiane. L’omertà assoluta è un’altra caratteristica dominante in questa organizzazione criminale. Tra i membri del clan vige la legge del silenzio quando sono arrestati. Fino a poco tempo fa la prostituzione era la principale attività illegale dei nigeriani. Le ragazze erano acquistate da famiglie povere e una volta sul suolo italiano, erano rapite e brutalizzate ricorrendo anche a riti tribali tra cui il cannibalismo.

Armi di ultima generazione

Oggi il mercato della droga e del traffico di esseri umani rappresenta il nuovo orizzonte su cui affacciarsi per diventare più potenti e non essere più soggiogate dalle mafie italiane. «Ormai i clan – si legge su Affaritaliani.it – non usano più machete e asce come avrebbero voluto le mafie italiane, ma possiedono armi di ultima generazione. Mentre prima erano assoggettati oggi, i nigeriani sono tollerati, poiché sono utili agli scopi della Camorra e di Cosa Nostra. Questo rapporto, tuttavia, può cambiare da un momento all’altro poiché ormai da qualche tempo la mafia nigeriana chiede di essere alla pari con le mafie italiane forte del fatto che cresce sia come forza militare sia economica. Questa nuova mafia sta diventando sempre più pericolosa ma giacché è quasi invisibile agli occhi dei più ed è poco conosciuta dall’opinione pubblica e dall’associazionismo antimafia, se ne parla poco.

Tra criminalità e integralismo islamico

Un aspetto da non sottovalutare è il forte integralismo islamico che si sta diffondendo in Nigeria e che potrebbe aumentare la minaccia terroristica sul nostro Paese. Viene a questo punto da chiedersi come sia possibile che in Italia sia cresciuta una minaccia del genere in pochi anni. La risposta è semplice:  apertura all’immigrazione e mancanza di controlli hanno reso il nostro Paese territorio di conquista per i criminali di mezzo mondo.  Di buonismo si può morire.

 

secoloditalia.it

Il marito di Kyenge si candida con la Lega

“Ho firmato per Salvini ai banchetti della Lega, entrerò in lista alle comunali di Castelfranco Emilia, sono persone perbene quelli della Lega”. Così Domenico Grispino, marito dell’eurodeputata del Pd Cecile Kyenge, a La Zanzara su Radio 24. “Ci sono le elezioni comunali – dice – e metto a disposizione della Lega quello che so, e mie competenze”. Hai firmato contro il processo a Salvini sul caso Diciotti?: “Sì, finirà nel nulla, se uno prende una linea poi non può cambiare, è evidente che Salvini lo fa per svegliare l’Europa. Sta facendo bene”.

 

Mia moglie? Io penso per me, ognuno pensa per sé, con mia moglie non parlo mai di queste cose“. “Sono a favore dello slogan ‘aiutiamoli a casa loro’ – dice il marito dell’ex ministro – e bisogna creare dei punti strategici in Africa di attrazione delle persone. Ma mica con cattiveria. Salvini non è disumano, penso che sia una macchina da guerra per avere consensi. Poi ci sono altri personaggi a cui sono più vicino, come Giorgetti. Alle Europee non voterò Pd, per il partito di mia moglie. Le persone che ho conosciuto a Castelfranco sono molto in sintonia con me e tutt’altro che aggressive”.

 

Adnkronos

Mezzo milione di italiani non ha i soldi per curarsi

Lo rivela il Rapporto del Banco Farmaceutico: le famiglie indigenti destinano alla salute il 2,5% della spesa, 117 euro l’anno. E 13,7 milioni di italiani limita le spese per visite e accertamenti
Mezzo milione di italiani non ha i soldi per curarsi

 

Oltre mezzo milione di italiani non si sono potuti permettersi cure mediche e farmaci nel 2018, mentre circa 13,7 milioni di italiani hanno limitato le spese per visite e accertamenti. È quanto emerge dal Rapporto 2018 «Donare per curare: povertà sanitaria e donazione farmaci», realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus. Il Rapporto è stato presentato a Roma nella sede di Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco.

Nell’ultimo anno 539 mila poveri non hanno avuto i soldi per le cure di cui avevano bisogno. A causa di spese più urgenti, le famiglie povere riservano alla salute solo il 2,54% della propria spesa totale, contro il 4,49% delle famiglie non povere. In particolare, possono spendere solo 117 euro l’anno (11 euro in più rispetto all’anno precedente), mentre il resto delle persone può spendere 703 euro l’anno per curarsi (8 euro in più rispetto all’anno precedente). Per le famiglie indigenti, inoltre, la quota principale della spesa sanitaria è destinata ai medicinali: 12,30 euro mensili, pari al 54% del totale. Il resto delle famiglie destina ai farmaci solo il 40% della spesa sanitaria, perché investe maggiormente in prevenzione. È particolarmente significativa la spesa delle persone in stato di indigenza per i servizi odontoiatrici: 2,35 euro mensili, contro 24,83 euro del resto della popolazione.

La strategia del risparmio nelle spese sanitarie, che riguarda di fatto oltre 5 milioni di famiglie, si configura quindi, spiega il Rapporto, come «un vero e proprio comportamento di massa». Nel triennio 2014-16 la percentuale di italiani, non poveri, che ha limitato il numero di visite e accertamenti è passata dal 24 al 20%. Il dato, invece, è aumentato tra le famiglie povere, passando dal 43,4% al 44,6%. «Nonostante questa strategia di contenimento della spesa sanitaria a proprio carico – si legge nel Rapporto – i dati ufficiali indicano una progressiva divaricazione tra la spesa pubblica (in riduzione) e quella privata (in aumento). In particolare, la quota di spesa per assistenza farmaceutica non sostenuta dal Servizio Sanitario Nazionale e a carico totale delle famiglie sfiora il record storico, passando al 40,6% rispetto al 37,3% dell’anno precedente».

La crisi economica sta uccidendo? È la domanda che si sono posti i ricercatori a fronte dell’aumento dei decessi nel nostro Paese. «Dal più recente bilancio demografico diffuso dall’Istat, nel 2017 i morti, in Italia, sono stati 649 mila, 34 mila in più rispetto al 2016 – scrive il demografo Gian Carlo Blangiardo nel suo editoriale contenuto nel Rapporto – Nel 2015, i morti sono stati 50 mila in più rispetto al 2014. Nell’ultimo secolo, solo nel corso della Seconda guerra mondiale (1941-1944) e nel 1929 si registrano picchi analoghi. Il richiamo al 1929 evoca un legame tra malessere economico e debolezza del sistema socio-sanitario che, pur con tutte le varianti e le riletture indotte dai tempi moderni, può aiutarci a capire l’altalena della mortalità su cui rischia di adagiarsi la popolazione italiana».

«Sono davvero troppe le persone che non hanno un reddito sufficiente a permettersi il minimo indispensabile per sopravvivere – commenta Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico onlus -. I dati pubblicati quest’anno dimostrano che il fenomeno si è sostanzialmente consolidato nel tempo e che, prevedibilmente, non è destinato a diminuire sensibilmente nei prossimi anni. Siamo anche convinti che il nostro Paese è caratterizzato da una cultura del dono che si esprime in maniera particolarmente visibile durante la Giornata di Raccolta del Farmaco, quando centinaia di migliaia di cittadini donano un medicinale per chi è più sfortunato. La strada per cambiare le cose è che quella cultura si diffonda sempre più anche tra le istituzioni e le aziende farmaceutiche e che queste ultime inizino a contemplare la donazione non più come un’eccezione, ma come parte del proprio modello di sviluppo imprenditoriale destinato al bene di tutta la comunità».

Avvenire.it