Mezzo milione di italiani non ha i soldi per curarsi

Lo rivela il Rapporto del Banco Farmaceutico: le famiglie indigenti destinano alla salute il 2,5% della spesa, 117 euro l’anno. E 13,7 milioni di italiani limita le spese per visite e accertamenti
Mezzo milione di italiani non ha i soldi per curarsi

 

Oltre mezzo milione di italiani non si sono potuti permettersi cure mediche e farmaci nel 2018, mentre circa 13,7 milioni di italiani hanno limitato le spese per visite e accertamenti. È quanto emerge dal Rapporto 2018 «Donare per curare: povertà sanitaria e donazione farmaci», realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus. Il Rapporto è stato presentato a Roma nella sede di Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco.

Nell’ultimo anno 539 mila poveri non hanno avuto i soldi per le cure di cui avevano bisogno. A causa di spese più urgenti, le famiglie povere riservano alla salute solo il 2,54% della propria spesa totale, contro il 4,49% delle famiglie non povere. In particolare, possono spendere solo 117 euro l’anno (11 euro in più rispetto all’anno precedente), mentre il resto delle persone può spendere 703 euro l’anno per curarsi (8 euro in più rispetto all’anno precedente). Per le famiglie indigenti, inoltre, la quota principale della spesa sanitaria è destinata ai medicinali: 12,30 euro mensili, pari al 54% del totale. Il resto delle famiglie destina ai farmaci solo il 40% della spesa sanitaria, perché investe maggiormente in prevenzione. È particolarmente significativa la spesa delle persone in stato di indigenza per i servizi odontoiatrici: 2,35 euro mensili, contro 24,83 euro del resto della popolazione.

La strategia del risparmio nelle spese sanitarie, che riguarda di fatto oltre 5 milioni di famiglie, si configura quindi, spiega il Rapporto, come «un vero e proprio comportamento di massa». Nel triennio 2014-16 la percentuale di italiani, non poveri, che ha limitato il numero di visite e accertamenti è passata dal 24 al 20%. Il dato, invece, è aumentato tra le famiglie povere, passando dal 43,4% al 44,6%. «Nonostante questa strategia di contenimento della spesa sanitaria a proprio carico – si legge nel Rapporto – i dati ufficiali indicano una progressiva divaricazione tra la spesa pubblica (in riduzione) e quella privata (in aumento). In particolare, la quota di spesa per assistenza farmaceutica non sostenuta dal Servizio Sanitario Nazionale e a carico totale delle famiglie sfiora il record storico, passando al 40,6% rispetto al 37,3% dell’anno precedente».

La crisi economica sta uccidendo? È la domanda che si sono posti i ricercatori a fronte dell’aumento dei decessi nel nostro Paese. «Dal più recente bilancio demografico diffuso dall’Istat, nel 2017 i morti, in Italia, sono stati 649 mila, 34 mila in più rispetto al 2016 – scrive il demografo Gian Carlo Blangiardo nel suo editoriale contenuto nel Rapporto – Nel 2015, i morti sono stati 50 mila in più rispetto al 2014. Nell’ultimo secolo, solo nel corso della Seconda guerra mondiale (1941-1944) e nel 1929 si registrano picchi analoghi. Il richiamo al 1929 evoca un legame tra malessere economico e debolezza del sistema socio-sanitario che, pur con tutte le varianti e le riletture indotte dai tempi moderni, può aiutarci a capire l’altalena della mortalità su cui rischia di adagiarsi la popolazione italiana».

«Sono davvero troppe le persone che non hanno un reddito sufficiente a permettersi il minimo indispensabile per sopravvivere – commenta Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico onlus -. I dati pubblicati quest’anno dimostrano che il fenomeno si è sostanzialmente consolidato nel tempo e che, prevedibilmente, non è destinato a diminuire sensibilmente nei prossimi anni. Siamo anche convinti che il nostro Paese è caratterizzato da una cultura del dono che si esprime in maniera particolarmente visibile durante la Giornata di Raccolta del Farmaco, quando centinaia di migliaia di cittadini donano un medicinale per chi è più sfortunato. La strada per cambiare le cose è che quella cultura si diffonda sempre più anche tra le istituzioni e le aziende farmaceutiche e che queste ultime inizino a contemplare la donazione non più come un’eccezione, ma come parte del proprio modello di sviluppo imprenditoriale destinato al bene di tutta la comunità».

Avvenire.it

Cercasi contadini paga mensile 3000 euro

Primo mese con stipendio di 2200 euro, dal secondo si sale a 3100: occasione frontalieri, solo 2mila su 300mila lavorano in agricoltura

CANTON TICINO – Contadino in Canton Ticino? Stipendio da più di tremila euro al mese. E le aziende agricole d’oltreconfine, a corto di personale, sono pronte ad assumere i rifugiati. «Il salario minimo legale è di 2300 franchi il primo mese e 3200 franchi dal secondo». Vale a dire, rispettivamente, 2200 euro e 3100 euro circa di stipendio. Una paga estremamente allettante per chi vive da questa parte della frontiera.

Come adeguarsi al referendum?

Mentre la politica federale svizzera discute sulle modalità di applicazione delle forme di contingentamento dei lavoratori frontalieri, sulla base dell’esito del referendum sull’immigrazione di massa del febbraio 2014, in Ticino ci sono settori produttivi che sono affannosamente alla ricerca di personale da impiegare. È il caso delle aziende agricole, che soffrono una mancanza di manodopera a cui hanno finora supplito, in larga parte, con l’assunzione di immigrati provenienti da Paesi come la Polonia o il Portogallo. Quello nei campi è uno di quei lavori che i ticinesi non intendono svolgere, anche perché faticoso e pagato leggermente meno di quelli degli altri settori. Tanto che nei giorni scorsi, per poter sperare di individuare nuove risorse umane da impiegare nelle loro attività, gli agricoltori elvetici riuniti nella loro associazione di categoria, l’Unione Svizzera dei Contadini, insieme al Segretariato di Stato, ha avviato un progetto pilota in dieci fattorie, tra cui una nella Piana di Magadino, vicino Locarno, allo scopo di assumere rifugiati per integrarli nella Confederazione, sgravando gli enti locali dei costi del mantenimento di questi soggetti.

Fame di personale

Ma le condizioni praticate sembrano estremamente allettanti anche per i nostri disoccupati in cerca di una mansione, soprattutto se frontalieri e non costretti al costo della vita del Canton Ticino. «Noi paghiamo il minimo legale salariale – spiegano dall’Unione contadini ticinesi – ovvero 2300 franchi il primo mese e 3200 a partire dal secondo. Offriamo i salari previsti dai contratti di categoria». Volendo tradurre nella nostra moneta, si tratterebbe di partire con uno stipendio da circa 2200 euro per il primo mese di impiego, per passare già dal secondo mese a circa 3100 euro al mese di stipendio. Ma se, come sottolinea il docente di politica migratoria dell’università di Neuchatel Etienne Piguet, «nel settore agricolo in Svizzera c’è penuria di personale», non si capisce perché questa opportunità non possa essere colta anche dai lavoratori frontalieri. Gli ultimi dati disponibili, aggiornati al 2013, parlano di appena poco più di duemila frontalieri impiegati in agricoltura in tutta la Svizzera, su quasi 300mila lavoratori provenienti residenti all’estero (sono circa 70mila in Ticino).

 

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