“L’Italia è un Paese morto. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita”

Era appena nato e l’ostetrica che lo prese in braccio previde: “Sarà un ingegnere”. Negli ottantotto anni che sono passati da allora, invece, Piero Angela ha aperto nel salotto di casa degli italiani una finestra che si affaccia sull’universo della scienza, conducendo gli spettatori di un paese abituato a navigare dentro le colonne d’Ercole della cultura umanistica in territori attraversati da voragini spazio-temporali e galassie a forma di spirale, dinosauri e particelle elementari, un po’ maestro Manzi, un po’ romanzo d’avventura di Emilio Salgari. Fino a dieci anni fa, lo si ascoltava con lo stupore che suscita il custode di una competenza riconosciuta e intoccabile.

Poi, si è diffusa la superstizione che basti una ricerca su Google per contestare verità accertate con scrupolo: “Una volta, nei bar di provincia, certi personaggi che avevano teorie bizzarre sul cosmo venivano subito zittiti. Oggi su internet si confrontano a tu per tu con i Premi Nobel. Quando mi processarono per non aver dato spazio al punto di vista dei medici omeopati in una trasmissione in cui mettevo in discussione l’efficacia della medicina alternativa, mi difesi dicendo che la velocità della luce non si determina per alzata di mano, che non si possono mettere sullo stesso piano verità certificate e verità supposte, che in questo campo non vale la regola della par condicio: non è come per la politica, la scienza non è democratica”.

Da piccolo sognava di fare ciò che ha fatto?

“Quando ero bambino, la televisione non esisteva ancora. Non avevo idea di cosa sarei potuto diventare. Ricordo, però, che i miei genitori mi avevano regalato un’enciclopedia scientifica. Consultavo continuamente la sezione dei perché. Sentivo una gran voglia di conoscere la ragione delle cose”.

Che insegnanti ha avuto?

A scuola, mi sono annoiato molto. C’è stato solo un prete, in quarta e quinta elementare, che mi ha veramente affascinato. Si chiamava Don Ughetti. Arrivava in classe con i suoi alambicchi e conduceva esperimenti che ci facevano rimanere a bocca aperta. È l’unico che mi è rimasto.

L’adolescenza?

Vivevo a Torino. Fuori c’era la seconda guerra mondiale. Ogni giorno verso mezzanotte suonava la sirena che dava l’allarme antiaereo. Quando la sentivamo, ci precipitavamo nei rifugi che avevamo scavato sotto casa. Tremavamo dal terrore. Però c’era una strana atmosfera familiare: le signore recitavano il rosario, noi avevamo plaid e termos. Fino a quando i bombardamenti non diventarono troppo intensi, rimanemmo lì. Poi, nel novembre del ’42, ci trasferimmo a San Maurizio Canavese, dove mio padre dirigeva una clinica psichiatrica.

Andò meglio?

Mio padre ricoverava come pazzi ebrei e ricercati politici. Riuscì a metterne in salvo molti. Un giorno, di ritorno dal liceo, vidi davanti alla clinica i cadaveri di tre uomini. Li avevano appena fucilati i fascisti. Il quarto, che era mio padre, si salvò solo perché un gerarca che era da lui in cura riuscì a convincere il capo della squadra di polizia a risparmiarlo.

Come scopre il giornalismo?

Dopo due anni di ingegneria – contrariamente a quello che aveva profetizzato l’ostetrica che mi fece nascere – mi misi a studiare il pianoforte: prima la musica classica, poi il jazz: lo amavo moltissimo. Componevo colonne sonore per documentari quando un amico mi chiese di collaborare a un programma sulla storia del jazz in Rai. Cominciai così.

Che Rai era?

A Torino, lavoravano Umberto Eco, Furio Colombo, Gianni Vattimo. Io, però, ero alla radio. Mi chiesero di provare a prendere un microfono in mano. Non credevo facesse per me. Però ci provai ed andò bene. Per otto anni collaborai come esterno. Poi mi offrirono di fare una sostituzione nell’ufficio di Parigi. Ci rimasi nove anni.

Cosa ricorda?

La Francia litigiosa in cui fu chiamato a mettere ordine il generale De Gaulle. I governi continuavano a cadere. Il sistema politico era frantumato. Il generale, nonostante l’ostilità di quella parte del Paese che temeva una torsione autoritaria, impose una riforma istituzionale che razionalizzò il sistema e diede stabilità alla Francia.

Sembra la descrizione dell’Italia di oggi… anche noi avremmo bisogno di un uomo forte?

Servirebbe un uomo di prestigio, capace di trovare il consenso per fare le cose che non sono mai state fatte. L’uomo forte da noi evoca una brutta esperienza. Sarebbe meglio un sistema che assicuri un governo stabile.

L’Italia ha l’energia per risollevarsi?

L’Italia è come il gigante Gulliver, imbrigliata da mille lacci che ne immobilizzano la forza. Nel dopoguerra, ogni giorno vedevi un miglioramento: si tiravano di nuovo su le case, costruivamo le strade, organizzavamo un salone internazionale, nascevano cose nuove. La vita proseguiva. Oggi, invece, ogni giorno scompare qualcosa. Ci impoveriamo. E gli italiani sono assuefatti al degrado. Non vedono via d’uscita. Sono arrabbiati. Nutrono rancore. Sono stanchi di un paese fermo.

Cosa può fare la politica?

In tutta la storia dell’umanità, la politica non ha mai creato ricchezza. La rivoluzione industriale è un prodotto della tecnologia. E il miracolo economico italiano degli anni sessanta non è merito della Democrazia cristiana. Sono l’innovazione, la ricerca, la competenza, il talento, la creatività, l’istruzione, che creano il valore aggiunto. L’Italia non lo fa da quindici anni. Il nostro sistema è congegnato per bloccare le energie produttive.

Abbiamo delle responsabilità anche noi italiani?

Quando ero bambino, non mi hanno mai detto che ero titolare di diritti. Avevo molti doveri. Se li rispettavo, venivo premiato. Altrimenti, venivo punito. In Italia oggi – nella famiglia, nella scuola, nella società – tutti vogliono tutto. Nessuno è più educato a pensare che per avere qualcosa prima deve essere disposto a offrire qualcos’altro in cambio.

E allora il problema è più serio.

Il problema dell’Italia è un problema morale, che non si può risolvere in cinque minuti. Ogni giorno leggiamo di casi di corruzione. Non sono solo politici, palazzinari, delinquenti: sono anche avvocati, giudici, uomini della guardia di finanza, dipendenti pubblici che truffano lo stato per cui lavorano. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita. Un paese così non può funzionare. È un paese morto.

Anche lei è stato accusato di aver raccomandato suo figlio Alberto.

Alberto si è laureato con 110 e lode. Ha studiato ad Harvard, alla Columbia, a Berkley, in Francia. Ha fatto ricerca sul campo. Ha condotto un programma sulla televisione svizzera. Quando mi chiesero di prenderlo, mi opposi: sapevo che avrebbero parlato di favoritismo. Ma insistettero, e mi convinsi che non potevo fare una discriminazione al contrario. Alberto è veramente bravo. Lo dimostra il successo dei programmi che conduce e dei libri che scrive. E, comunque, né io né lui siamo assunti dalla Rai. Abbiamo dei contratti stagionali. E siamo giudicati in base ai risultati che otteniamo. Dovrebbe essere così anche altrove.

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Alioune Diouf è il nuovo Mister Friuli Venezia Giulia

Alto 198 centimetri, giocatore di basket viene eletto “Mister FVG”, ma viene fatto oggetto di offese e minacce a sfondo razzista sui social perché di carnagione nera. Si tratta infatti di Alioune Diouf, 18 anni, ragazzo originario del Senegal che però vive da cinque anni a Cividale (Udine). La vicenda è stata denunciata dal suo agente, Fabrizio Astolfi, in un’intervista al quotidiano Messaggero Veneto.

Alioune milita con la Virtus Feletto in serie C Silver di basket e con la Apu Gsa tra gli Under 20. Parla italiano e in friulano, e a Cividale, studia per diventare termoidraulico. In Senegal vivono i genitori e cinque fratelli. “Mi hanno trattato sempre bene – ha detto al giornale – e mi hanno aiutato sia al convitto dove abito sia al di fuori. Qui ho trovato una nuova famiglia”.

Astolfi si è detto “allucinato da tutti questi commenti razzisti. All’Udinese un giocatore di colore non desta alcun scalpore, perché allora ci sono problemi con i concorsi di bellezza? La realtà di oggi è multietnica, i nostri figli frequentano classi composte da molti bambini stranieri: questa varietà è ormai la normalità”.

 

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Trovato cellulare in carcere a Speziale aperta un inchiesta

Speziale trovato in carcere col cellulare, la procura apre un’indagine

Antonino Speziale, detenuto nel carcere di Favignana per l’omicidio dell’ispettore Filippo Raciti è stato trovato in possesso di un telefono cellulare. Lo rende noto il Sindacato autonomo polizia penitenziaria, Sappe.

“Il rinvenimento è avvenuto – dice Donato Capece, segretario generale Sappe – grazie all’attenzione, allo scrupolo ed alla professionalità della polizia penitenziaria in servizio”.

“A nostro avviso – aggiunge – appaiono pertanto indispensabili, nei penitenziari per adulti e per minori, interventi immediati compresa la possibilità di schermare gli edifici per neutralizzare la possibilità di utilizzo di qualsiasi mezzo di comunicazione non consentito e quella di dotare tutti i reparti di polizia penitenziaria di appositi rilevatori di telefoni cellulari anche attraverso adeguati ed urgenti stanziamenti finanziari”.

A seguito dell’accaduto la Procura di Trapani ha deciso di aprire un’indagine per risalire a chi ha introdotto il cellulare nell’istituto penitenziario di Favignana.

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L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopre i tumori prima che nascano”

Ha messo a punto un esame del sangue che individua le cellule malate con 4 o 5 anni di anticipo sulla normale diagnosi. Un test rivoluzionario per la lotta al cancro: «Perché il tempo, nella cura, fa la differenza»

Per passione, per testardaggine, ma non solo. «Da medico, non sono mai riuscita ad accettare che il cancro uccidesse un così grande numero di persone». Patrizia Paterlini Bréchot, oncologa, docente di Biologia cellulare e molecolare all’universtità Descartes di Parigi e direttore di un’équipe dell’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche medicale), non ricorda una morte che le sia stata indifferente: «Ci sono sguardi di pazienti che ancora oggi non riesco a togliermi dalla testa».

 

È la ragione per cui, quasi 30 anni fa, ha deciso di diventare ricercatrice. Da allora questa emiliana adottata dalla Francia ha speso tutte le sue energie, la sua intelligenza e anche molto del denaro di famiglia nella guerra contro il cancro. Con un obiettivo: «Arrivare alla fine dell’esistenza e guardarmi allo specchio sapendo che sono riuscita a salvare tante vite». Obiettivo centrato, si direbbe. È frutto del suo lavoro il test Iset (Isolamento per dimensione delle cellule tumorali): una tecnica in grado di diagnosticare un tumore anche 4 o 5 anni prima che si manifesti e quindi di abbattere in modo significativo la mortalità.

Cos’è l’Iset? «Un esame del sangue che riesce a individuare la presenza di cellule neoplastiche circolanti nell’organismo molto prima che il tumore raggiunga una dimensione tale da essere “visibile” con Pet, Tac e risonanza magnetica. Nel caso del cancro al seno, gli studi epidemiologici hanno dimostrato che l’invasione tumorale ha inizio 5-6 anni prima della diagnosi. Un tempo che, nelle cure, può fare la differenza. Purtroppo il test ha ancora un limite: non è in grado di individuare l’organo da cui derivano le cellule malate. Per ora, almeno, perché la ricerca è già in fase avanzata».

Ma non esistono già i “marker” per scoprire il cancro attraverso un prelievo di sangue?«I marker sono molecole che possono essere associate a una neoplasia o alla sua evoluzione, ma che non danno la certezza della diagnosi. Invece le cellule sono l’unità biologica del tumore: isolarne una significa trovare una parte della neoplasia senza il rischio di incorrere in falsi negativi e falsi positivi. Certo, le cellule tumorali circolanti sono rare: una per millilitro, mescolata a 5 miliardi di globuli rossi e a 10 milioni di globuli bianchi. Ma siccome sono più grandi delle altre, per individuarle abbiamo messo a punto un sistema basato sulle dimensioni, a cui segue la diagnosi citopatologica. In pratica, una sorta di pap-test applicato al sangue. In medicina quello è l’esame che ha salvato più vite: da quando è stato introdotto, le morti per tumore al collo dell’utero sono calate drasticamente».

E il suo test che sicurezza garantisce? «Quella di riuscire a individuare una cellula tumorale in 10 millilitri di sangue. Una sicurezza validata da altri scienziati nel mondo e da 42 studi indipendenti su oltre 2.000 pazienti con tumore».

Nella ricerca che usa l’Iset sono stati coinvolti dei malati? «Certo. Fin qui 245, di cui 168 affetti da broncopatia cronica ostruttiva: grandi fumatori a forte rischio di sviluppare un cancro del polmone. In 5 di loro il test ha rilevato cellule tumorali. I noduli sono poi comparsi in un tempo compreso fra 1 e 4 anni: sono stati rimossi chirurgicamente e, a 2 anni dall’intervento, nessuno ha sviluppato recidive. Se si pensa che finora l’87% dei pazienti è morto a 5 anni dalla diagnosi, si può capire quanto forte sia la speranza. In un tumore così letale la speranza di sopravvivenza è legata alla diagnosi precoce, quando la neoplasia si trova allo stadio 1, quello di tutti e 5 i pazienti sottoposti all’Iset. Dopo la divulgazione di questi dati, in Francia il test sta per essere utilizzato su persone già colpite da neoplasia, in modo da individuare con largo anticipo eventuali recidive e intervenire prima che si manifestino. Ma ci sono altri Paesi interessati, compresa l’Italia».

Dall’Italia lei se n’è andata quasi 30 anni fa e non è più tornata. «Ma sono fiera di essere italiana: nella classifiche della produzione scientifica, siamo i ricercatori che pubblicano di più rispetto ai fondi che hanno. Siamo dunque tra i più efficaci al mondo. Io sono partita per la Francia perché volevo fare uno stage di biologia molecolare e nel 1988, in Europa, Parigi era il posto migliore, in particolare il gruppo del professor Christian Bréchot».

Che poi è diventato suo marito. «È successo che il professore si è innamorato della stagista e la stagista si è innamorata del professore… Contro ogni intenzione, perché volevo dedicare tutta me stessa alla ricerca, mi sono sposata e ho avuto 2 figli, che ormai hanno 25 e 23 anni e sono indipendenti. In passato, però, non tutto è stato semplice: da italiana, l’attaccamento alla famiglia era più forte di qualsiasi cosa. Per quello che mi riguarda, l’equilibrio casa-lavoro è più difficile di qualsiasi progetto scientifico. Una sfida senza regole che mette quotidianamente alla prova».

Mi pare che comunque se la sia cavata. «Pare anche me. In fondo, il fatto di avere una professione che coincide con una passione è una fonte di stabilità e di sicurezza. Nei confronti della vita, dei figli, del marito, del mondo».

Lei lavora con suo marito? «Non più. Sono stata per lungo tempo nella sua unità di ricerca ma, quando lui è diventato direttore dell’Inserm, ho fatto un concorso per avere un mio gruppo. L’ho vinto e sono andata per la mia strada».

Nella sua lotta contro il cancro ha usato anche il patrimonio familiare. «Sì, ho costituito una società per sviluppare l’Iset e metterlo a disposizione dei medici. Se avessi aspettato i finanziamenti pubblici, il test non sarebbe ancora arrivato ai pazienti. I brevetti, però, sono di proprietà degli istituti di ricerca. Se nella mia carriera avessi pensato al denaro, a guadagnare dalle scoperte fatte, non dirigerei un laboratorio né insegnerei: farei altro».

Oggi vive tutto questo come una vittoria personale? «No, il progetto è soprattutto una vittoria della ricerca. Nella quale, in particolare, mi ha seguita una collega italiana, Giovanna Vona, che è morta a 35 anni per un tumore al colon. Eroica e magnifica fino alla fine, Giovanna non ha mai voluto smettere, continuando a lavorare con l’apparecchio per iniettare i farmaci nascosto sotto il camice. Per me non se n’è mai andata: questa battaglia per migliorare la vita dei malati di cancro la combattiamo ancora insieme».

 

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Catania: Cacciatore muore mentre insegue dei cinghiali

Cacciatore muore mentre insegue dei cinghiali: salma recuperata dai finanzieri

Era caduto in un profondo canalone sui monti peloritani: per lui non c’è stato nulla da fare

I militari del Soccorso Alpino della guardia di finanza di Nicolosi hanno recuperato a quota 1100 mt, in località Postoleone del Comune di Mandanici, il corpo di un cacciatore che nella mattinata di ieri, durante una battuta di caccia al cinghiale, era finito in un profondo canalone dopo essere stato travolto da una frana di sassi. Le fiamme gialle sono state allertate nella serata di ieri dalle unità del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico di Catania e dai Vigili del Fuoco che si trovavano in località Monte Cavallo per tentare il recupero della salma. Il recupero è avvenuto con l’utilizzo di corde e imbracature.

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Uccide e brucia il corpo di un Tunisino che gli aveva rubato il telefono

MASSACRATO per un cellulare del valore di alcune centinaia di euro. Sarebbe questo il movente del delitto di Piombino. L’uomo che ha confessato l’omicidio si chiama Marco Longo e ha 33 anni, vive a Livorno, è di origine siciliana e di mestiere fa la guardia giurata. Adesso è in stato di fermo dopo aver ammesso di aver ucciso Hamdi Fathel, 32 anni, di origine tunisina, trovato legato al letto, completamente carbonizzato, martedì scorso.

· LA RICOSTRUZIONE
Dopo l’interrogatorio di ieri sera, condotto dal pm Fiorenza Marrara, Longo ha dato una sua versione dei fatti che, come ha spiegato il procuratore Ettore Squillace Greco, è stata riscontrata dagli elementi acquisiti. Longo ha detto di aver colpito il tunisino con due colpi di pistola al petto mentre era ancora in piedi e uno alla testa.

Quest’ultimo colpo ha trapassato il cranio e Longo ha potuto recuperare il proiettile facendolo sparire dal luogo dell’omicidio. Una versione, questa, che poteva sapere soltanto l’assassino e che corrisponde con l’esame Tac che il medico legale ha effettuato sul cadavere.

Sempre nel corso dell’interrogatorio ha confessato inoltre il taglio preciso delle monete messe sugli occhi della vittima (monete da 20 centesimi) probabilmente nel tentativo di depistare le indagini. Longo però non ha saputo spiegare neanche il motivo per cui ha legato il tunisino al letto.

Compiuto l’omicidio ha raccontato al pm di aver cercato dappertutto il suo telefonino, del quale si era impossessato Hamdi Fathel e che sarebbe stato all’origine del gesto. Solo dopo averlo trovato, ha raccontato, avrebbe deciso di dar fuoco all’appartamento perché non si trovassero tracce che potevano ricondurre a lui.

· FERMATO IN UN CENTRO ESTETICO
Longo era stato bloccato nel corso di un blitz di polizia e carabinieri mentre si trovava in un centro estetico di Venturina. La notte dell’omicidio Longo è andato a casa del tunisino con l’intenzione di riprendersi il telefonino, armato di una Beretta 7.65 modificata da un silenziatore artigianale, perché sapeva che il nordafricano era armato di coltello.

 

I due, che si conoscevano da tempo, avevano avuto un grosso litigio per la somma corrispondente al valore del cellulare. La vittima aveva subito una condanna definitiva per spaccio di stupefacenti, mentre Longo aveva avuto un passato di tossicodipendenza di eroina.

 

L’omicida durante l’interrogatorio ha raccontato di aver spiegato al tunisino, che una volta uscito dal carcere lo aveva ricontattato, di non voler avere più a che fare con lui.

 

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Tassa sulla sigaretta elettronica mercoledì protesta davanti Montecitorio

Il 29 novembre commercianti e consumatori di e-cig saranno davanti alla Camera per protestare contro l’emendamento che sottopone il comparto ai Monopoli aprendo la strada a un regime di tassazione e di licenze che rischia di far saltare 30mila posti di lavoro. Depositati due contro-emendamenti.

Mercoledì 29 novembre il fumo elettronico non sarà più una nuvola di vapore. Produttori, commercianti e consumatori in carne e ossa manifesteranno dalle 8.30  in Piazza Montecitorio, davanti a quella Camera che per loro è il luogo di un delitto delitto. L’intero settore, denunciano, morirà per effetto di un emendamento al decreto fiscale che ripone tutto ciò che riguarda la sigaretta elettronica sotto il Monopolio dello Stato e di una sentenza della Corte Costituzionale che consente allo stesso di supertassare le e-cig, perfino i liquidi senza nicotina, cioé l’acqua e gli aromi alimentari. Con un impatto complessivo di 9,5 milioni di euro e una corsa dei prezzi che può trasformarsi in un disincentivo al consumo. Così, con un emendamento e una sentenza lo Stato mette in ginocchio un settore che oggi coinvolge almeno 30mila persone, 2.500 punti vendita, 600 milioni di fatturato. A dare notizia della manifestazione è il sito del bimestrale Sigmagazine che nei giorni scorsi ha anche pubblicato centinaia di testimonianze di consumatori e commercianti adirati. In piazza, si legge nel comunicato, “ci saranno tutte le sigle associative del settore, ci saranno gli esponenti politici che ci hanno supportato sino ad ora, ci saranno i media che riprenderanno e daranno enfasi alla protesta legittima e condivisa”.

In rete e fuori cresce ancora il dissenso verso una disposizione di legge che vede lo Stato nei panni del gabellatore colluso con le multinazionali del tabacco. In Parlamento si sono materializzati alcuni isolati tentativi di temperarne gli effetti. Adriana Galganodi Civici e Innovatori ha depositato un emendamento che chiede che l’approvvigionamento di ricariche venga escluso dal Monopolio e che il divieto di vendita su internet riguardi soltanto i siti esteri. Paolo Naccaro di Gal insieme a Giovanni Mauro chiede una riduzione della tassazione a carico dei liquidi delle sigarette elettroniche. La nicotina sarebbe da tassare a monte, cioé al momento dell’acquisto da parte del produttore di liquidi per un importo di 2mila euro al kg. Mentre sul pregresso per i produttori che, nelle more di definire gli aspetti fiscali oggetto di contesa, hanno accumulato pendenze si chiede l’abbattimento sino al 5% del dovuto.

Anche il mondo scientifico prende posizione di fronte alla “mannaia statalista” che si è abbattuta sul settore del vaping. Si è detto “stupito e perplesso” dall’iniziativa legislativa che colpisce “uno strumento di riduzione del rischio” come la sigaretta elettronica il professore Fabio Beatrice, otorinolaringoiatra e direttore del Centro antifumo dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino. “Queste misure allontanano i fumatori che hanno difficoltà a smettere da una soluzione per loro più ricevibile, che è rappresentata dalla riduzione del rischio. Peraltro, fa notare l’esperto, questa posizione si sviluppa in maniera opposta rispetto a quella di altri Paesi quali la Gran Bretagna, nella quale con una visione molto pragmatica vengono invece proposte ai fumatori da subito politiche di riduzione del rischio che consentono di intervenire con immediatezza su ampie fasce di fumatori”.

 

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Serbia: turismo sessuale zoofilo,animali costretti a subire ogni genere di abuso

In Serbia si sta sviluppando un fenomeno sempre più preoccupante: un turismo sessuale zoofilo che vede gli animali vittime di abusi di uomini facoltosi provenienti dall’estero, soprattutto da Germania, Inghilterra e Olanda. Il crescente dilagare dell’interesse verso la zooerastia ha generato un fiorente commercio e nel Paese sorgono come funghi sempre più bordelli con animali intorni ai quali girerebbe addirittura un circuito di tour operator.

I prezzi variano dai 70 ai 150 euro e ai “clienti” è consentito addirittura filmarsi durante l’atto sessuale dietro pagamento di una tariffa supplementare di 50 euro. A denunciare quanto accade in Serbia è stata la rete televisiva RTL che, attraverso un agghiacciante reportage, ha rivelato l’esistenza di simili luoghi.

► ANIMALI ABUSATI E PRIVATI DI OGNI DIGNITÀ
In seguito alla messa in onda del reportage anche il Mirror il 18 ottobre 2017 aveva pubblicato un articolo in cui si dichiarava che degli inglesi “viaggiano in Serbia per avere rapporti sessuali con dei cani nei bordelli”. La notizia è successivamente rimbalzata su vari tabloid inglesi e francesi, ma con l’invito alla prudenza, perché, nonostante siano trapelati alcuni inequivocabili scatti di simili pratiche – quali la foto di un cane con calze a rete e tacchi – non esistono tuttavia prove schiaccianti che consentirebbero di risalire ai responsabili di tali loschi giri. La capitale Belgrado sarebbe il “punto caldo” di tali attività aberranti, dove stranieri provenienti da quasi ogni parte del mondo si recherebbero per avere rapporti con capre, montoni, asini, cani, gatti, oche e mucche. Pavle Bihal, membro del Levijatan, un gruppo di difesa animali in Serbia che si batte strenuamente per la chiusura di tali orribili luoghi di tortura per animali, ha riferito: Alcuni non vedono nessun tipo di problema in questo genere di attività, si spera solo che questo tipo di strutture siano al più presto chiuse dalla polizia.

► LE POLEMICHE
Non sono mancate tuttavia le polemiche, in quanto è stato fatto notare che la foto del cane con le calze a rete utilizzata per denunciare questo fenomeno non sia stata scattata in uno dei bordelli serbi, ma che si tratti di un’immagine che gira in rete almeno da maggio 2017, soprattutto in Asia. Per tale motivo poi è stato successivamente specificato che tale foto era stata utilizzata a scopo meramente illustrativo. In poche parole l’Associazione Levijatan è stata chiamata a rispondere fornendo prove formali dell’esistenza di tali strutture in Serbia. Bihal ha ribattuto: Abbiamo informazioni su un club, che è di fatto un appartamento dove accade tutto ciò. Siamo attualmente in attesa della sua localizzazione esatta per poter riferire tutto alla polizia. Sulla faccenda è intervenuta Marijana Cikic, autrice del reportage andato in onda su questa triste vicenda: Il mio reportage ha mostrato come questo gruppo radicale si schieri contro chi maltratta gli animali e sebbene non si sia ancora in grado di dimostrare ufficialmente l’esistenza di reti zoofile in Serbia, ho motivo di credere che queste persone siano affidabili. Mi hanno spiegato come hanno scoperto l’esistenza di tutto questo e mi hanno mostrato delle prove. Non si tratta di un bordello ufficiale, ma di un appartamento usato per questo. In pratica ciò che è stato contestato, dopo la diffusione della notizia, è che, pur non escludendo l’esistenza di tali luoghi, non si può parlare di “una tendenza” diffusa in tutta la Serbia. Resta di fatto che la zooerastia e il turismo sessuale zoofilo sono pratiche deplorevoli e aberranti in qualsiasi luogo e in qualsiasi modo si consumino e che bisogna attivarsi per porre un freno al dilagare di tali fenomeni.

Fonte:
Velvet Pets (www.goo.gl/X9Wcfe)

Photo Credits: Facebook

Anziani trovati morti dai pompieri da giorni nessuna notizia

I pompieri hanno dovuto forzare l’ingresso dell’abitazione di via Torrisi, rinvenendo poi i cadaveri di Salvatore Torrisi e Nunzia Bisicchia nella stanza dove dormiva l’uomo, disabile. L’allarme era partito parroco del paese, Mario Camera, insospettito dal silenzio della coppia.

 

C’è voluto l’intervento dei vigili del fuoco del Distaccamento di Acireale per entrare nell’abitazione dove due anziani coniugi, Salvatore Torrisi e Nunzia Bisicchia, di 84 e 73 anni, sono stati rinvenuti senza vita nel primo pomeriggio di oggi. La coppia viveva a Stazzo, frazione marinara di Acireale, in via Torrisi. Marito e moglie sono stati trovati nella stanza dove dormiva l’uomo, disabile e pensionato dopo aver lavorato per anni da agricoltore.

Secondo quanto si è appreso, le forze dell’ordine hanno chiesto ai vigili del fuoco di entrare in azione dopo la segnalazione del parroco della frazione, don Mario Camera. L’uomo non avrebbe avuto loro notizie da lungo tempo, motivo per cui ha avvisato i carabinieri. Il sacerdote si era anche recato davanti l’abitazione, trovando porte e finestre sbarrate, come se in casa non ci fosse nessuno.

I militari della caserma di Acireale si sono portati sul posto e, una volta aperta l’abitazione, hanno compiuto tutti i rilievi del caso. Nessun segno di effrazione è stato scovato dai carabinieri. La morte dell’uomo, secondo i primi accertamenti, risalirebbe a tre giorni fa, seguita di qualche ora dalla morte della moglie. A Stazzo è giunta anche un’ambulanza del 118. Al momento non ci sarebbero indizi che farebbero escludere l’ipotesi della morte naturale per entrambi i coniugi.

 

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