Omicidio al centro accoglienza di Catania 26 enne uccisa

Omicidio al Cara di Mineo, uccisa una nigeriana

Una nigeriana di 26 anni è stata uccisa con un colpo di arma appuntita alla gola nel suo alloggio nel Centro accoglienza richiedenti asilo di Mineo. La donna si chiamava Francis Miracle ed era ospite della struttura dal dicembre del 2016.

L’ipotesi più accreditata è quella dell’omicidio al culmine di una lite. Il corpo è senza vita è stato trovato nel suo alloggio dove gli investigatori hanno anche sequestrato un coltello insanguinato.

Sul posto, per i rilievi del caso e le indagini, la polizia con personale della squadra mobile della Questura di Catania e del commissariato di Caltagirone. Proprio gli agenti avrebbero sentito anche due bambini di sei e sette anni, che sarebbero i figli della vittima e che non hanno però assistito al delitto

La polizia sta vagliando anche la posizione del compagno di Francis Miracle, padre di entrambi i bambini. L’uomo, che non è indagato e che viene cercato per essere sentito come persona informata sui fatti, è attualmente irreperibile. Il nigeriano, che non vive in Sicilia, era arrivato da poco al Cara di Mineo, probabilmente con l’intenzione di portare via la famiglia, ma la donna, che era in attesa del riconoscimento di rifugiata politica, si sarebbe rifiutata.

 

Controlli delle forze dell’ordine sono in corso a fermate di bus e nelle stazioni ferroviarie di Catania e provincia.

 

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I 10 atleti più pagati nella storia dello sport. CR7 e Messi? Fuori dalla topten

Se è vero che il calcio è lo sport più seguito al mondo, non è detto che i calciatori figurino tra gli sportivi-paperoni.

Forbes ha stilato la classifica degli atleti più pagati nella storia dello sport. Nelle prime 25 posizioni, sono rappresentati 8 sport. E, con sorpresa, non è il calcio a farla da padrone, bensì pallacanestro, golf e boxe. Per di più, il campionato sportivo che sembra essere più in salute è l’NBA, che grazie a un super accordo televisivo da 24 miliardi di dollari può garantire stipendi più alti ai giocatori che militano nella lega. Cristiano Ronaldo e Lionel Messi? Occupano rispettivamente la dodicesima e la sedicesima posizione. Anche se va detto che hanno a disposizione ancora un bel po’ di anni per scalare la classifica.

Nel video vi presentiamo i primi dieci sportivi più pagati di sempre.

 

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Cinque milioni di uomini ogni anno sono vittime delle violenze femminili

Senza nulla togliere alla gravità della violenza maschile sulle donne, credo sia giunto il momento di coniare un nuovo termine anche per il fenomeno opposto: maschicidio. Perché anche il maschio può essere vittima della violenza femminile.

 

Di certo lo è dell’informazione unidirezionale e di una cultura dominante che procede per stereotipi e pregiudizi: la donna è sempre docile incolpevole vittima e l’uomo sempre carnefice e bastardo. Ma la verità sta sempre in mezzo. Dopo l’elezione di Donald Trump e l’apertura del vaso di Pandora sui media che nascondono, insabbiano o discreditano modificando la verità secondo ideologia (o stereotipi), è emerso il bisogno di autenticità. Di una verità tale a trecentosessanta gradi, la sola capace di darci gli strumenti per risolvere il gap culturale che permette ancora differenze sostanziali tra uomini e donne. E che può fornirci forse perfino la soluzione per diminuire il numero dei femminicidi, costante nel tempo nonostante i passi avanti anche legislativi.

Non possiamo dunque non tenere conto, quando osserviamo il fenomeno del femminicidio, dell’altra faccia della medaglia: la condizione maschile, l’emancipazione psicologica dell’uomo, i pregiudizi legati al concetto di maschio e il tabù che riguarda la violenza femminile sul sesso opposto. Violenza che esiste – anche se raramente ha dinamiche omicidiarie – e che riguarda la psiche, il portafogli e perfino la sessualità. In Italia sono poche le indagini in questo senso. Una di queste – passata quasi inosservata – è stata effettuata nel 2012 da una equipe dell’Università di Siena su un campione di uomini tra i 18 e i 70 anni. La metodologia è la stessa utilizzata dall’Istat nel 2006, per la raccolta dei dati sulla violenza contro le donne e che ancora oggi vengono riportati con grande enfasi. Secondo l’indagine dell’Università di Siena, nel 2011 sarebbero stati oltre 5 milioni gli uomini vittime di violenza femminile configurata in: minaccia di esercitare violenza (63,1%); graffi, morsi, capelli strappati (60,05); lancio di oggetti (51,02); percosse con calci e pugni (58,1%). Molto inferiori (8,4%), a differenza della violenza esercitata sulle donne, gli atti che possono mettere a rischio l’incolumità personale e portare al decesso.

Una differenza rilevante questa, che in parte giustifica la maggiore attenzione al femminicidio. Nella voce «altre forme di violenza» dell’indagine (15,7%) compaiono tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l’auto, mani schiacciate nelle porte, spinte dalle scale. Come gli uomini anche le donne usano forme di violenza psicologica ed economica se pur con dinamiche diverse: critiche a causa di un impiego poco remunerato (50.8%); denigrazioni a causa della vita modesta consentita alla partner (50,2%); paragoni irridenti con persone che hanno guadagni migliori (38,2%); rifiuto di partecipare economicamente alla gestione familiare (48,2%); critiche per difetti fisici (29,3%). Insulti e umiliazione raggiungono una quota di intervistati del 75,4%; distruzione, danneggiamento di beni, minaccia (47,1%); minaccia di suicidio o di autolesionismo (32,4%), specialmente durante la cessazione della convivenza e in presenza di figli, spesso utilizzati in modo strumentale: minaccia di chiedere la separazione, togliere casa e risorse, ridurre in rovina (68,4%); minaccia di portare via i figli (58,2%); minaccia di ostacolare i contatti con i figli (59,4%); minaccia di impedire definitivamente ogni contatto con i figli (43,8%). Nulla di nuovo rispetto alle ricerche sulla violenza nell’ambito delle relazioni intime condotte in altri paesi, dove c’è una maggiore propensione a studiare il fenomeno tenendo conto di entrambi i sessi.

In una ricerca effettuata nel 2015 nell’ambito del progetto europeo Daphne III sulla violenza nelle dinamiche di coppia e che coinvolge 5 paesi tra cui l’Italia, analizzando un campione di giovani tra i 14 e i 17 anni: le ragazze che hanno subito una forma di violenza sessuale variano dal 17% al 41% in base all’entità dell’aggressione e i ragazzi dal 9% al 25%. Allora, tenendo conto del fatto che la violenza femminile sugli uomini è di entità più lieve, non possiamo negarla. Dobbiamo prendere atto che il problema della così detta violenza di genere va affrontato da un nuovo punto di vista. Gli sportelli antiviolenza, per esempio, sono attualmente dedicati per lo più alle donne e, come afferma Luca Lo Presti, Presidente di Fondazione Pangea, non sono sempre in grado di gestire la richiesta di aiuto del sesso opposto. «Oggi siamo al paradosso – sostiene Lo Presti – che un uomo cosciente di avere un problema legato alla mancanza di controllo della violenza e che chiede aiuto perché ha paura di ferire a morte la compagna, si trova di fronte a muri altissimi. Quando si presenta in un centro antiviolenza ci sono casi in cui viene aggredito psicologicamente e criminalizzato come se dovesse pagare per tutti, in quanto ritenuto parte di una categoria di esseri umani sempre carnefici». Oppure capita che se un uomo è vittima di una forma di violenza e trova il coraggio di denunciare – nonostante il rischio di derisione perché dimostra una fragilità non consona allo stereotipo di virilità e forza -, allora non è creduto. Perché il cliché lo vuole capace di reagire al sopruso senza fare una piega. In un caso e nell’altro non c’è soluzione. Senza la capacità di ascolto e di aiutare gli uomini concretamente a gestire gli impulsi distruttivi o a risanare una ferita dovuta ad abusi subiti da una donna, non ci sarà mai la possibilità di risolvere un problema profondo e articolato come quello della violenza domestica. Oltre il genere però. Perché il centro di tutto non siano i maschi o le femmine, ma la persona.

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Abusava sessualmente di minori di anni 14,arrestato sacerdote a Catania

Abusava dei minori di 14 anni arrestato sacerdote a Catania

Misura di custodia cautelare in carcere nei confronti di un sacerdote, Padre Pio Guidolin, esercente il suo ministero presso una parrocchia di Santa Croce del Villaggio Sant’Agata, per violenza sessuale aggravata su minori. Le indagini hanno infatti consentito di accertare che, sin dal 2014, il sacerdote, sfruttando il suo ruolo e approfittando della condizione di particolare fragilità di diversi ragazzini (minori degli anni 14), provati da vicende personali che li avevano turbati, li aveva costretti a subire e compiere atti sessuali, cospargendoli con l’olio santo (prelevato dai locali della Chiesa), ammantando i suoi gesti di una valenza spirituale e proponendoli ai minori quali “atti purificatori”, in grado di lenire le loro sofferenze interiori.

Fino a quando uno dei minori ha opposto resistenza rispetto alle azioni del sacerdote, rivelando gli abusi subiti negli anni. E’ stato poi isolato dalla comunità di fedeli ed accusato di asserzioni calunniose nei confronti del religioso.

Nel corso delle indagini, inoltre, è emerso come il sacerdote, al fine di esercitare pressione psicologica nei confronti dei genitori dei minori abusati (determinatisi a denunciare i fatti), abbia altresì millantato la possibilità di far intervenire esponenti della criminalità organizzata etnea al fine di indurli a desistere. Uno dei genitori delle vittime è stato denunciato all’autorità giudiziaria per il reato di favoreggiamento personale in quanto, subito dopo che il figlio aveva reso sommarie informazioni all’Autorità giudiziaria, aveva contattato il sacerdote per avvertirlo delle indagini a suo carico.

 

La Curia etnea, dopo aver avuto contezza delle indagini in corso nei confronti di Padre Pio Guidolin, ha assunto nei suoi confronti alcuni provvedimenti cautelari (come, ad esempio, l’allontanamento dalla Parrocchia e la collocazione del religioso in altra sede, privo di funzioni) ed ha dato avvio ad un processo canonico da parte del Tribunale Ecclesiastico, allo stato pendente in grado di appello dinanzi alla Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo la condanna in primo grado alla sanzione massima della riduzione allo stato laicale.

 

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Milano, arrestati Sette poliziotti facilitavano i permessi di soggiorno

 

Sei poliziotti sono stati arrestati nei giorni scorsi dalla Mobile di Milano su ordine del gip Livio Cristofano, su richiesta del procuratore Paolo Filippini: per quattro di loro c’è la custodia cautelare in carcere, due degli indagati sono agli arresti domiciliari e un agente è stato sospeso.

Si tratta di operatori di polizia esperti e con anni di esperienza nell’area amministrativa. Hanno tra i 40 e i 50 anni. Nessun ruolo da dirigente. Insieme a loro, sono state firmate le ordinanze di custodia cautelare per tre intermediari stranieri: due cinesi (imprenditori) e un uomo di etnia araba (ricercato in questo momento).

Secondo le accuse, vendevano i permessi di soggiorno con tariffe che andavano da qualche centinaia a migliaia di euro, a seconda della disponibilità economica del richiedente e della difficoltà delle pratiche. I fatti contestati vanno dal 2013 alla prima metà del 2016.

I poliziotti, per quanto ricostruito dagli investigatori, lavoravano con degli intermediari stranieri – i cinesi e l’arabo, ognuno per le proprie etnie – per trovare ‘clienti’ che necessitavano dei documenti per rimanere in Italia. Dietro compenso, e sempre secondo quanto riferito dagli investigatori, l’associazione ‘oliava’ le pratiche per il rilascio dei titoli anche quando non c’erano tutti i requisiti necessari.

I quattro poliziotti finiti in carcere sono accusati di associazione a delinquere finalizzata all’illecito rilascio di permessi di soggiorno, oltre a falso in atto pubblico e accesso abusivo a sistemi informatici. Per altri due sono stati disposti gli arresti domiciliari perché estranei all’associazione. E un altro agente, attualmente in servizio alla questura di Napoli e precedentemente a Milano, è stato sospeso per dodici mesi.

Nell’ambito dell’operazione è stata confiscata anche una villa patrizia del Settecento, dal valore di circa 700mila euro, presunto frutto dei reati, che era intestata alla moglie di uno dei poliziotti arrestati.

Le indagini, avviate già nel 2013, sono agevolate dalle dichiarazioni di un agente di polizia arrestato dalla Squadra Mobile nel novembre del 2016. L’uomo, all’epoca in servizio all’Ufficio Immigrazione, ha parlato ed ha consentito di trovare velocemente tutti i poliziotti ‘infedeli’.

 

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“L’Italia è un Paese morto. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita”

Era appena nato e l’ostetrica che lo prese in braccio previde: “Sarà un ingegnere”. Negli ottantotto anni che sono passati da allora, invece, Piero Angela ha aperto nel salotto di casa degli italiani una finestra che si affaccia sull’universo della scienza, conducendo gli spettatori di un paese abituato a navigare dentro le colonne d’Ercole della cultura umanistica in territori attraversati da voragini spazio-temporali e galassie a forma di spirale, dinosauri e particelle elementari, un po’ maestro Manzi, un po’ romanzo d’avventura di Emilio Salgari. Fino a dieci anni fa, lo si ascoltava con lo stupore che suscita il custode di una competenza riconosciuta e intoccabile.

Poi, si è diffusa la superstizione che basti una ricerca su Google per contestare verità accertate con scrupolo: “Una volta, nei bar di provincia, certi personaggi che avevano teorie bizzarre sul cosmo venivano subito zittiti. Oggi su internet si confrontano a tu per tu con i Premi Nobel. Quando mi processarono per non aver dato spazio al punto di vista dei medici omeopati in una trasmissione in cui mettevo in discussione l’efficacia della medicina alternativa, mi difesi dicendo che la velocità della luce non si determina per alzata di mano, che non si possono mettere sullo stesso piano verità certificate e verità supposte, che in questo campo non vale la regola della par condicio: non è come per la politica, la scienza non è democratica”.

Da piccolo sognava di fare ciò che ha fatto?

“Quando ero bambino, la televisione non esisteva ancora. Non avevo idea di cosa sarei potuto diventare. Ricordo, però, che i miei genitori mi avevano regalato un’enciclopedia scientifica. Consultavo continuamente la sezione dei perché. Sentivo una gran voglia di conoscere la ragione delle cose”.

Che insegnanti ha avuto?

A scuola, mi sono annoiato molto. C’è stato solo un prete, in quarta e quinta elementare, che mi ha veramente affascinato. Si chiamava Don Ughetti. Arrivava in classe con i suoi alambicchi e conduceva esperimenti che ci facevano rimanere a bocca aperta. È l’unico che mi è rimasto.

L’adolescenza?

Vivevo a Torino. Fuori c’era la seconda guerra mondiale. Ogni giorno verso mezzanotte suonava la sirena che dava l’allarme antiaereo. Quando la sentivamo, ci precipitavamo nei rifugi che avevamo scavato sotto casa. Tremavamo dal terrore. Però c’era una strana atmosfera familiare: le signore recitavano il rosario, noi avevamo plaid e termos. Fino a quando i bombardamenti non diventarono troppo intensi, rimanemmo lì. Poi, nel novembre del ’42, ci trasferimmo a San Maurizio Canavese, dove mio padre dirigeva una clinica psichiatrica.

Andò meglio?

Mio padre ricoverava come pazzi ebrei e ricercati politici. Riuscì a metterne in salvo molti. Un giorno, di ritorno dal liceo, vidi davanti alla clinica i cadaveri di tre uomini. Li avevano appena fucilati i fascisti. Il quarto, che era mio padre, si salvò solo perché un gerarca che era da lui in cura riuscì a convincere il capo della squadra di polizia a risparmiarlo.

Come scopre il giornalismo?

Dopo due anni di ingegneria – contrariamente a quello che aveva profetizzato l’ostetrica che mi fece nascere – mi misi a studiare il pianoforte: prima la musica classica, poi il jazz: lo amavo moltissimo. Componevo colonne sonore per documentari quando un amico mi chiese di collaborare a un programma sulla storia del jazz in Rai. Cominciai così.

Che Rai era?

A Torino, lavoravano Umberto Eco, Furio Colombo, Gianni Vattimo. Io, però, ero alla radio. Mi chiesero di provare a prendere un microfono in mano. Non credevo facesse per me. Però ci provai ed andò bene. Per otto anni collaborai come esterno. Poi mi offrirono di fare una sostituzione nell’ufficio di Parigi. Ci rimasi nove anni.

Cosa ricorda?

La Francia litigiosa in cui fu chiamato a mettere ordine il generale De Gaulle. I governi continuavano a cadere. Il sistema politico era frantumato. Il generale, nonostante l’ostilità di quella parte del Paese che temeva una torsione autoritaria, impose una riforma istituzionale che razionalizzò il sistema e diede stabilità alla Francia.

Sembra la descrizione dell’Italia di oggi… anche noi avremmo bisogno di un uomo forte?

Servirebbe un uomo di prestigio, capace di trovare il consenso per fare le cose che non sono mai state fatte. L’uomo forte da noi evoca una brutta esperienza. Sarebbe meglio un sistema che assicuri un governo stabile.

L’Italia ha l’energia per risollevarsi?

L’Italia è come il gigante Gulliver, imbrigliata da mille lacci che ne immobilizzano la forza. Nel dopoguerra, ogni giorno vedevi un miglioramento: si tiravano di nuovo su le case, costruivamo le strade, organizzavamo un salone internazionale, nascevano cose nuove. La vita proseguiva. Oggi, invece, ogni giorno scompare qualcosa. Ci impoveriamo. E gli italiani sono assuefatti al degrado. Non vedono via d’uscita. Sono arrabbiati. Nutrono rancore. Sono stanchi di un paese fermo.

Cosa può fare la politica?

In tutta la storia dell’umanità, la politica non ha mai creato ricchezza. La rivoluzione industriale è un prodotto della tecnologia. E il miracolo economico italiano degli anni sessanta non è merito della Democrazia cristiana. Sono l’innovazione, la ricerca, la competenza, il talento, la creatività, l’istruzione, che creano il valore aggiunto. L’Italia non lo fa da quindici anni. Il nostro sistema è congegnato per bloccare le energie produttive.

Abbiamo delle responsabilità anche noi italiani?

Quando ero bambino, non mi hanno mai detto che ero titolare di diritti. Avevo molti doveri. Se li rispettavo, venivo premiato. Altrimenti, venivo punito. In Italia oggi – nella famiglia, nella scuola, nella società – tutti vogliono tutto. Nessuno è più educato a pensare che per avere qualcosa prima deve essere disposto a offrire qualcos’altro in cambio.

E allora il problema è più serio.

Il problema dell’Italia è un problema morale, che non si può risolvere in cinque minuti. Ogni giorno leggiamo di casi di corruzione. Non sono solo politici, palazzinari, delinquenti: sono anche avvocati, giudici, uomini della guardia di finanza, dipendenti pubblici che truffano lo stato per cui lavorano. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita. Un paese così non può funzionare. È un paese morto.

Anche lei è stato accusato di aver raccomandato suo figlio Alberto.

Alberto si è laureato con 110 e lode. Ha studiato ad Harvard, alla Columbia, a Berkley, in Francia. Ha fatto ricerca sul campo. Ha condotto un programma sulla televisione svizzera. Quando mi chiesero di prenderlo, mi opposi: sapevo che avrebbero parlato di favoritismo. Ma insistettero, e mi convinsi che non potevo fare una discriminazione al contrario. Alberto è veramente bravo. Lo dimostra il successo dei programmi che conduce e dei libri che scrive. E, comunque, né io né lui siamo assunti dalla Rai. Abbiamo dei contratti stagionali. E siamo giudicati in base ai risultati che otteniamo. Dovrebbe essere così anche altrove.

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Alioune Diouf è il nuovo Mister Friuli Venezia Giulia

Alto 198 centimetri, giocatore di basket viene eletto “Mister FVG”, ma viene fatto oggetto di offese e minacce a sfondo razzista sui social perché di carnagione nera. Si tratta infatti di Alioune Diouf, 18 anni, ragazzo originario del Senegal che però vive da cinque anni a Cividale (Udine). La vicenda è stata denunciata dal suo agente, Fabrizio Astolfi, in un’intervista al quotidiano Messaggero Veneto.

Alioune milita con la Virtus Feletto in serie C Silver di basket e con la Apu Gsa tra gli Under 20. Parla italiano e in friulano, e a Cividale, studia per diventare termoidraulico. In Senegal vivono i genitori e cinque fratelli. “Mi hanno trattato sempre bene – ha detto al giornale – e mi hanno aiutato sia al convitto dove abito sia al di fuori. Qui ho trovato una nuova famiglia”.

Astolfi si è detto “allucinato da tutti questi commenti razzisti. All’Udinese un giocatore di colore non desta alcun scalpore, perché allora ci sono problemi con i concorsi di bellezza? La realtà di oggi è multietnica, i nostri figli frequentano classi composte da molti bambini stranieri: questa varietà è ormai la normalità”.

 

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Trovato cellulare in carcere a Speziale aperta un inchiesta

Speziale trovato in carcere col cellulare, la procura apre un’indagine

Antonino Speziale, detenuto nel carcere di Favignana per l’omicidio dell’ispettore Filippo Raciti è stato trovato in possesso di un telefono cellulare. Lo rende noto il Sindacato autonomo polizia penitenziaria, Sappe.

“Il rinvenimento è avvenuto – dice Donato Capece, segretario generale Sappe – grazie all’attenzione, allo scrupolo ed alla professionalità della polizia penitenziaria in servizio”.

“A nostro avviso – aggiunge – appaiono pertanto indispensabili, nei penitenziari per adulti e per minori, interventi immediati compresa la possibilità di schermare gli edifici per neutralizzare la possibilità di utilizzo di qualsiasi mezzo di comunicazione non consentito e quella di dotare tutti i reparti di polizia penitenziaria di appositi rilevatori di telefoni cellulari anche attraverso adeguati ed urgenti stanziamenti finanziari”.

A seguito dell’accaduto la Procura di Trapani ha deciso di aprire un’indagine per risalire a chi ha introdotto il cellulare nell’istituto penitenziario di Favignana.

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L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopre i tumori prima che nascano”

Ha messo a punto un esame del sangue che individua le cellule malate con 4 o 5 anni di anticipo sulla normale diagnosi. Un test rivoluzionario per la lotta al cancro: «Perché il tempo, nella cura, fa la differenza»

Per passione, per testardaggine, ma non solo. «Da medico, non sono mai riuscita ad accettare che il cancro uccidesse un così grande numero di persone». Patrizia Paterlini Bréchot, oncologa, docente di Biologia cellulare e molecolare all’universtità Descartes di Parigi e direttore di un’équipe dell’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche medicale), non ricorda una morte che le sia stata indifferente: «Ci sono sguardi di pazienti che ancora oggi non riesco a togliermi dalla testa».

 

È la ragione per cui, quasi 30 anni fa, ha deciso di diventare ricercatrice. Da allora questa emiliana adottata dalla Francia ha speso tutte le sue energie, la sua intelligenza e anche molto del denaro di famiglia nella guerra contro il cancro. Con un obiettivo: «Arrivare alla fine dell’esistenza e guardarmi allo specchio sapendo che sono riuscita a salvare tante vite». Obiettivo centrato, si direbbe. È frutto del suo lavoro il test Iset (Isolamento per dimensione delle cellule tumorali): una tecnica in grado di diagnosticare un tumore anche 4 o 5 anni prima che si manifesti e quindi di abbattere in modo significativo la mortalità.

Cos’è l’Iset? «Un esame del sangue che riesce a individuare la presenza di cellule neoplastiche circolanti nell’organismo molto prima che il tumore raggiunga una dimensione tale da essere “visibile” con Pet, Tac e risonanza magnetica. Nel caso del cancro al seno, gli studi epidemiologici hanno dimostrato che l’invasione tumorale ha inizio 5-6 anni prima della diagnosi. Un tempo che, nelle cure, può fare la differenza. Purtroppo il test ha ancora un limite: non è in grado di individuare l’organo da cui derivano le cellule malate. Per ora, almeno, perché la ricerca è già in fase avanzata».

Ma non esistono già i “marker” per scoprire il cancro attraverso un prelievo di sangue?«I marker sono molecole che possono essere associate a una neoplasia o alla sua evoluzione, ma che non danno la certezza della diagnosi. Invece le cellule sono l’unità biologica del tumore: isolarne una significa trovare una parte della neoplasia senza il rischio di incorrere in falsi negativi e falsi positivi. Certo, le cellule tumorali circolanti sono rare: una per millilitro, mescolata a 5 miliardi di globuli rossi e a 10 milioni di globuli bianchi. Ma siccome sono più grandi delle altre, per individuarle abbiamo messo a punto un sistema basato sulle dimensioni, a cui segue la diagnosi citopatologica. In pratica, una sorta di pap-test applicato al sangue. In medicina quello è l’esame che ha salvato più vite: da quando è stato introdotto, le morti per tumore al collo dell’utero sono calate drasticamente».

E il suo test che sicurezza garantisce? «Quella di riuscire a individuare una cellula tumorale in 10 millilitri di sangue. Una sicurezza validata da altri scienziati nel mondo e da 42 studi indipendenti su oltre 2.000 pazienti con tumore».

Nella ricerca che usa l’Iset sono stati coinvolti dei malati? «Certo. Fin qui 245, di cui 168 affetti da broncopatia cronica ostruttiva: grandi fumatori a forte rischio di sviluppare un cancro del polmone. In 5 di loro il test ha rilevato cellule tumorali. I noduli sono poi comparsi in un tempo compreso fra 1 e 4 anni: sono stati rimossi chirurgicamente e, a 2 anni dall’intervento, nessuno ha sviluppato recidive. Se si pensa che finora l’87% dei pazienti è morto a 5 anni dalla diagnosi, si può capire quanto forte sia la speranza. In un tumore così letale la speranza di sopravvivenza è legata alla diagnosi precoce, quando la neoplasia si trova allo stadio 1, quello di tutti e 5 i pazienti sottoposti all’Iset. Dopo la divulgazione di questi dati, in Francia il test sta per essere utilizzato su persone già colpite da neoplasia, in modo da individuare con largo anticipo eventuali recidive e intervenire prima che si manifestino. Ma ci sono altri Paesi interessati, compresa l’Italia».

Dall’Italia lei se n’è andata quasi 30 anni fa e non è più tornata. «Ma sono fiera di essere italiana: nella classifiche della produzione scientifica, siamo i ricercatori che pubblicano di più rispetto ai fondi che hanno. Siamo dunque tra i più efficaci al mondo. Io sono partita per la Francia perché volevo fare uno stage di biologia molecolare e nel 1988, in Europa, Parigi era il posto migliore, in particolare il gruppo del professor Christian Bréchot».

Che poi è diventato suo marito. «È successo che il professore si è innamorato della stagista e la stagista si è innamorata del professore… Contro ogni intenzione, perché volevo dedicare tutta me stessa alla ricerca, mi sono sposata e ho avuto 2 figli, che ormai hanno 25 e 23 anni e sono indipendenti. In passato, però, non tutto è stato semplice: da italiana, l’attaccamento alla famiglia era più forte di qualsiasi cosa. Per quello che mi riguarda, l’equilibrio casa-lavoro è più difficile di qualsiasi progetto scientifico. Una sfida senza regole che mette quotidianamente alla prova».

Mi pare che comunque se la sia cavata. «Pare anche me. In fondo, il fatto di avere una professione che coincide con una passione è una fonte di stabilità e di sicurezza. Nei confronti della vita, dei figli, del marito, del mondo».

Lei lavora con suo marito? «Non più. Sono stata per lungo tempo nella sua unità di ricerca ma, quando lui è diventato direttore dell’Inserm, ho fatto un concorso per avere un mio gruppo. L’ho vinto e sono andata per la mia strada».

Nella sua lotta contro il cancro ha usato anche il patrimonio familiare. «Sì, ho costituito una società per sviluppare l’Iset e metterlo a disposizione dei medici. Se avessi aspettato i finanziamenti pubblici, il test non sarebbe ancora arrivato ai pazienti. I brevetti, però, sono di proprietà degli istituti di ricerca. Se nella mia carriera avessi pensato al denaro, a guadagnare dalle scoperte fatte, non dirigerei un laboratorio né insegnerei: farei altro».

Oggi vive tutto questo come una vittoria personale? «No, il progetto è soprattutto una vittoria della ricerca. Nella quale, in particolare, mi ha seguita una collega italiana, Giovanna Vona, che è morta a 35 anni per un tumore al colon. Eroica e magnifica fino alla fine, Giovanna non ha mai voluto smettere, continuando a lavorare con l’apparecchio per iniettare i farmaci nascosto sotto il camice. Per me non se n’è mai andata: questa battaglia per migliorare la vita dei malati di cancro la combattiamo ancora insieme».

 

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Catania: Cacciatore muore mentre insegue dei cinghiali

Cacciatore muore mentre insegue dei cinghiali: salma recuperata dai finanzieri

Era caduto in un profondo canalone sui monti peloritani: per lui non c’è stato nulla da fare

I militari del Soccorso Alpino della guardia di finanza di Nicolosi hanno recuperato a quota 1100 mt, in località Postoleone del Comune di Mandanici, il corpo di un cacciatore che nella mattinata di ieri, durante una battuta di caccia al cinghiale, era finito in un profondo canalone dopo essere stato travolto da una frana di sassi. Le fiamme gialle sono state allertate nella serata di ieri dalle unità del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico di Catania e dai Vigili del Fuoco che si trovavano in località Monte Cavallo per tentare il recupero della salma. Il recupero è avvenuto con l’utilizzo di corde e imbracature.

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