Cara Italia: nasce in Italia il primo partito per gli immigrati

Il movimento “Cara Italia” intende promuovere una società italiana multiculturale e multietnica, lottare per i diritti degli immigrati e puntare a formare un Parlamento multietnico

 

Si chiama Cara Italia ed è un movimento nato per dar voce agli immigrati in Italia. Il fondatore è Stephen Ogongo, originario del Kenya e caporedattore di 10 testate giornalistiche del gruppo Stranieri in Italia. Lo scorso ottobre su Facebook ha dato vita a una pagina per sponsorizzare il suo movimento, raccogliendo finora seimila adesioni.

“Il movimento, spiega Ogongo, ha come protagonisti gli immigrati e gli italiani che lavorano insieme contro il razzismo e tutte le altre forme discriminazioni razziali. Una casa comune per cercare di mettere insieme associazioni, organizzazioni, gruppi che si occupano dei diritti dei nuovi italiani”.

Cara Italia: movimento e partito politico

Cara Italia non sarà solo un’associazione sociale ma un vero e proprio partito politico.

L’obiettivo è creare una classe dirigente ibrida, fatta di persone di ogni etnia e formare un Parlamento multietnico. Inoltre, il movimento, da un punto di vista sociale, vuole impegnarsi per lottare contro l’intolleranza, il razzismo e tutte le altre forme di discriminazioni razziali ed etniche, combattere per la giustizia e i diritti di tutti, inclusi gli immigrati e ottenere una legge che permetta ai bambini stranieri nati in Italia di ottenere automaticamente la cittadinanza.

Sul piano politico, invece, Cara Italia vuole dare a milioni di immigrati residenti in Italia la possibilità di votare alle elezioni politiche e di partecipare a tutti gli ambiti della vita. Ogongo, infatti, ritiene ingiusto negare a queste persone il diritto di esprimere la loro opinione nel Paese in cui vivono.

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Mafia nigeriana, centomila affiliati in Italia: ora è allarme serio. Di buonismo si può morire

Si chiama “Black Axe” : è un clan nato in Nigeria ed esportato om Italia.“Black Axe” è il cuore della mafia nigeriana nel nostro Paese. E il primo fatto preoccupante è che conta centomila affiliati. Praticamente si tratta della comunità di nigeriani più consistente in Italia. Quindi parliamo di un gruppo ramificato e potente, che rappresenta una seria minaxccia all’ordine pubblico  e al vivere civile.  Normale che ora scatti l’allarme. Ma doveva scattare da molto prima.

Attività criminali in espansione

La mafia nigeriana ha cominciato a espandersi sotto l’ala di Cosa Nostra, per poi acquisire una sua  autonoma potenza, Il clan nigeriano addirittura  produce  direttamente  la droga sintetica, ancorché la venda comunque   con il consenso delle mafie italiane. L’omertà assoluta è un’altra caratteristica dominante in questa organizzazione criminale. Tra i membri del clan vige la legge del silenzio quando sono arrestati. Fino a poco tempo fa la prostituzione era la principale attività illegale dei nigeriani. Le ragazze erano acquistate da famiglie povere e una volta sul suolo italiano, erano rapite e brutalizzate ricorrendo anche a riti tribali tra cui il cannibalismo.

Armi di ultima generazione

Oggi il mercato della droga e del traffico di esseri umani rappresenta il nuovo orizzonte su cui affacciarsi per diventare più potenti e non essere più soggiogate dalle mafie italiane. «Ormai i clan – si legge su Affaritaliani.it – non usano più machete e asce come avrebbero voluto le mafie italiane, ma possiedono armi di ultima generazione. Mentre prima erano assoggettati oggi, i nigeriani sono tollerati, poiché sono utili agli scopi della Camorra e di Cosa Nostra. Questo rapporto, tuttavia, può cambiare da un momento all’altro poiché ormai da qualche tempo la mafia nigeriana chiede di essere alla pari con le mafie italiane forte del fatto che cresce sia come forza militare sia economica. Questa nuova mafia sta diventando sempre più pericolosa ma giacché è quasi invisibile agli occhi dei più ed è poco conosciuta dall’opinione pubblica e dall’associazionismo antimafia, se ne parla poco.

Tra criminalità e integralismo islamico

Un aspetto da non sottovalutare è il forte integralismo islamico che si sta diffondendo in Nigeria e che potrebbe aumentare la minaccia terroristica sul nostro Paese. Viene a questo punto da chiedersi come sia possibile che in Italia sia cresciuta una minaccia del genere in pochi anni. La risposta è semplice:  apertura all’immigrazione e mancanza di controlli hanno reso il nostro Paese territorio di conquista per i criminali di mezzo mondo.  Di buonismo si può morire.

 

secoloditalia.it

Sgozzata dalla famiglia perchè voleva sposare un Italiano

Si parla tanto di integrazione e tolleranza ma molto spesso il razzismo inverso viene messo a tacere dai media,ne è un esempio l’orrore che ha stroncato la vita di una giovane ragazza,rifiutatasi di sposare l’uomo con cui la famiglia aveva gia’ stretto un accorso. Uccisa perché voleva sposare un giovane italiano, rifiutando lo sposo scelto per lei dalla famiglia, in Pakistan. E’ quanto sostengono gli amici di Sana Cheema, 25 anni, una giovane pachistana che viveva da sempre a Brescia, dove si era bene inserita: dopo gli studi, i primi contatti con il mondo del lavoro a Milano. E poi l’amore: un ragazzo di cui non si sa molto, anche lui di origini pachistane e con cittadinanza italiana, che Sana aveva scelto e con il quale contava di sposarsi, nonostante il fermo divieto dei familiari. Un giovane che dopo aver vissuto con lei per anni a Brescia le aveva proposto di seguirlo in Germania.

Un paio di mesi fa Sana, però, secondo quanto riporta il Giornale di Brescia, è tornata in Pakistan, nel distretto di Gujrat dove è nata: lo faceva di tanto in tanto, lo ha rifatto per andare a ricongiungersi con i familiari per un breve periodo. Non è più tornata. In rete è stato postato dalla famiglia un video del funerale, celebrato secondo il rito islamico. Morta in un incidente secondo i familiari; sgozzata dal padre e dal fratello, secondo gli amici di Brescia. I due sarebbero stati arrestati dalla polizia di Gujrat, ma non ci sono conferme.

Il giallo di Sana, pachistana di Brescia. Gli amici: "Uccisa dal padre perché rifiutava nozze imposte"

Il padre di Sana Cheema, arrestato in Pakistan per l’omicidio della ragazza

Brescia, sotto shock, torna a vivere la tragica vicenda di Hina Saleem, la giovane uccisa nell’agosto del 2006 a Ponte Zanano dai familiari e sepolta nel giardino davanti a casa. Anche lei, come Sana, voleva vivere all’occidentale. Anche lei, come

Sana, ha pagato con la vita l’onta alle tradizioni della famiglia.

“Hai pagato la tua voglia di libertà”. Così alcuni amici bresciani di Sana Cheema, su Facebook hanno commentato e condiviso la notizia del suo assassinio. E su Twitter a commentare la tragica notizia è anche Matteo Salvini. “Quanta tristezza, quanta rabbia”, scrive il leader della Lega. “In Italia NESSUNO spazio per chi viene a portare questa ‘cultura’”.

 

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Nigeriano arrostisce un cane: banchetto choc al centro migranti

La macabra storia arriva dal Centro di accoglienza per migranti di Briatico, a Vibo Valentia, in Calabria. Qui i Carabinieri della locale Stazione sono intervenuti dopo la segnalazione di una volontaria di un’associazione animalista che ha assistito alla scena di un giovane nigeriano 29enne intento ad arrostire un cane.

E.M., classe ’88, secondo il Quotidiano del Sud sarebbe dedito a queste pratiche. Il giovane, di fronte alle domande dei militari dell’Arma arrivati al centro migranti, ha negato di aver ucciso volontariamente l’animale. Lo avrebbe trovato morto ai bordi della strada e così avrebbe deciso di scottarlo alla brace, visto che si tratta di un piatto molto apprezzato in Nigeria.

La giovane attivista animalista, invece, sarebbe una dipendente del centro di accoglienza di Briatico. Sul posto si sono fiondati i carabinieri e un veterinario dell’Asp, sconcertato di fronte a quanto visto. L’uomo ha affermato di non essere a conoscenza del fatto che in Italia è reato cibarsi con cani e gatti dopo averli uccisi, cosa strana nel suo Paese dove è normale abitudine banchettare con Fuffi o Micio Micio.

Secondo quanto scrive il Quotidiano del Sud, dopo i fatti il nigeriano sarebbe stato trasferito nel Cas per migranti di Nicotera, “allocato nel centralissimo Hotel Miragolfo”. Dove si spera non ripeta di nuovo il barbecue coi cani.

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Occupano il posto di un anziano disabile: senegalesi picchiati da due italiani. Denunciati per razzismo

“ROMA – Dei maleducati e incivili senegalesi occupano il posto riservato ad un anziano disabile di 75 anni. Due italiani indignati reagiscono al sopruso e scoppia una rissa dove gli africani hanno la peggio. Denunciati per lesioni personali con l’aggravante del razzismo.

«Sporchi negri, tornate a casa vostra…». Il racconto dei senegalesi sul presunto “razzismo” degli italiani inizia dalla fine, ma l’inizio era stato un po’ diverso. Gli immigrati avevano occupato il parcheggio dei disabili venendo poi alle mani con alcuni italiani che volevano liberare il posto a un anziano handicappato di 75 anni. Come racconta Il Messaggero, la rissa è scoppiata in via dei Glicini a Centocelle, a Roma, quando è iniziata la discussione tra i senegalesi e alcuni abitanti del posto che chiedevano di liberare il posto riservato ai disabili, ricevendone un fermo rifiuto: «Guarda che ce la fa a parcheggiare, non c’è bisogno che spostiamo l’auto». Ma l’anziano signore non si era arreso: «Guardate che quel posto è mio e voi non potete occuparlo».

A quel punto in difesa dell’uomo sono intervenuti alcuni amici, è scoppoata la lite e a quanti pare uno dei senegalesi sarebbe stato colpito alla schiena con una tronchese da elettricista. Due romani di 45 e 46 anni sono stati denunciati per lesioni personale aggravate e atti discriminatori. «Mi hanno chiamato sporco negro», ha raccontato, secondo il Messaggero, uno degli africani ai carabinieri accorsi sul posto. A quel punto, d’ufficio, è scattata la denuncia anche di “atti discriminatori” nei confronti dei due italiani, con l’aggravante razziale. E l’anziano disabile italiano? Da oggi in poi sarà costretto a cedere il posto, per evitare disordini…”

“L’Italia è un Paese morto. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita”

Era appena nato e l’ostetrica che lo prese in braccio previde: “Sarà un ingegnere”. Negli ottantotto anni che sono passati da allora, invece, Piero Angela ha aperto nel salotto di casa degli italiani una finestra che si affaccia sull’universo della scienza, conducendo gli spettatori di un paese abituato a navigare dentro le colonne d’Ercole della cultura umanistica in territori attraversati da voragini spazio-temporali e galassie a forma di spirale, dinosauri e particelle elementari, un po’ maestro Manzi, un po’ romanzo d’avventura di Emilio Salgari. Fino a dieci anni fa, lo si ascoltava con lo stupore che suscita il custode di una competenza riconosciuta e intoccabile.

Poi, si è diffusa la superstizione che basti una ricerca su Google per contestare verità accertate con scrupolo: “Una volta, nei bar di provincia, certi personaggi che avevano teorie bizzarre sul cosmo venivano subito zittiti. Oggi su internet si confrontano a tu per tu con i Premi Nobel. Quando mi processarono per non aver dato spazio al punto di vista dei medici omeopati in una trasmissione in cui mettevo in discussione l’efficacia della medicina alternativa, mi difesi dicendo che la velocità della luce non si determina per alzata di mano, che non si possono mettere sullo stesso piano verità certificate e verità supposte, che in questo campo non vale la regola della par condicio: non è come per la politica, la scienza non è democratica”.

Da piccolo sognava di fare ciò che ha fatto?

“Quando ero bambino, la televisione non esisteva ancora. Non avevo idea di cosa sarei potuto diventare. Ricordo, però, che i miei genitori mi avevano regalato un’enciclopedia scientifica. Consultavo continuamente la sezione dei perché. Sentivo una gran voglia di conoscere la ragione delle cose”.

Che insegnanti ha avuto?

A scuola, mi sono annoiato molto. C’è stato solo un prete, in quarta e quinta elementare, che mi ha veramente affascinato. Si chiamava Don Ughetti. Arrivava in classe con i suoi alambicchi e conduceva esperimenti che ci facevano rimanere a bocca aperta. È l’unico che mi è rimasto.

L’adolescenza?

Vivevo a Torino. Fuori c’era la seconda guerra mondiale. Ogni giorno verso mezzanotte suonava la sirena che dava l’allarme antiaereo. Quando la sentivamo, ci precipitavamo nei rifugi che avevamo scavato sotto casa. Tremavamo dal terrore. Però c’era una strana atmosfera familiare: le signore recitavano il rosario, noi avevamo plaid e termos. Fino a quando i bombardamenti non diventarono troppo intensi, rimanemmo lì. Poi, nel novembre del ’42, ci trasferimmo a San Maurizio Canavese, dove mio padre dirigeva una clinica psichiatrica.

Andò meglio?

Mio padre ricoverava come pazzi ebrei e ricercati politici. Riuscì a metterne in salvo molti. Un giorno, di ritorno dal liceo, vidi davanti alla clinica i cadaveri di tre uomini. Li avevano appena fucilati i fascisti. Il quarto, che era mio padre, si salvò solo perché un gerarca che era da lui in cura riuscì a convincere il capo della squadra di polizia a risparmiarlo.

Come scopre il giornalismo?

Dopo due anni di ingegneria – contrariamente a quello che aveva profetizzato l’ostetrica che mi fece nascere – mi misi a studiare il pianoforte: prima la musica classica, poi il jazz: lo amavo moltissimo. Componevo colonne sonore per documentari quando un amico mi chiese di collaborare a un programma sulla storia del jazz in Rai. Cominciai così.

Che Rai era?

A Torino, lavoravano Umberto Eco, Furio Colombo, Gianni Vattimo. Io, però, ero alla radio. Mi chiesero di provare a prendere un microfono in mano. Non credevo facesse per me. Però ci provai ed andò bene. Per otto anni collaborai come esterno. Poi mi offrirono di fare una sostituzione nell’ufficio di Parigi. Ci rimasi nove anni.

Cosa ricorda?

La Francia litigiosa in cui fu chiamato a mettere ordine il generale De Gaulle. I governi continuavano a cadere. Il sistema politico era frantumato. Il generale, nonostante l’ostilità di quella parte del Paese che temeva una torsione autoritaria, impose una riforma istituzionale che razionalizzò il sistema e diede stabilità alla Francia.

Sembra la descrizione dell’Italia di oggi… anche noi avremmo bisogno di un uomo forte?

Servirebbe un uomo di prestigio, capace di trovare il consenso per fare le cose che non sono mai state fatte. L’uomo forte da noi evoca una brutta esperienza. Sarebbe meglio un sistema che assicuri un governo stabile.

L’Italia ha l’energia per risollevarsi?

L’Italia è come il gigante Gulliver, imbrigliata da mille lacci che ne immobilizzano la forza. Nel dopoguerra, ogni giorno vedevi un miglioramento: si tiravano di nuovo su le case, costruivamo le strade, organizzavamo un salone internazionale, nascevano cose nuove. La vita proseguiva. Oggi, invece, ogni giorno scompare qualcosa. Ci impoveriamo. E gli italiani sono assuefatti al degrado. Non vedono via d’uscita. Sono arrabbiati. Nutrono rancore. Sono stanchi di un paese fermo.

Cosa può fare la politica?

In tutta la storia dell’umanità, la politica non ha mai creato ricchezza. La rivoluzione industriale è un prodotto della tecnologia. E il miracolo economico italiano degli anni sessanta non è merito della Democrazia cristiana. Sono l’innovazione, la ricerca, la competenza, il talento, la creatività, l’istruzione, che creano il valore aggiunto. L’Italia non lo fa da quindici anni. Il nostro sistema è congegnato per bloccare le energie produttive.

Abbiamo delle responsabilità anche noi italiani?

Quando ero bambino, non mi hanno mai detto che ero titolare di diritti. Avevo molti doveri. Se li rispettavo, venivo premiato. Altrimenti, venivo punito. In Italia oggi – nella famiglia, nella scuola, nella società – tutti vogliono tutto. Nessuno è più educato a pensare che per avere qualcosa prima deve essere disposto a offrire qualcos’altro in cambio.

E allora il problema è più serio.

Il problema dell’Italia è un problema morale, che non si può risolvere in cinque minuti. Ogni giorno leggiamo di casi di corruzione. Non sono solo politici, palazzinari, delinquenti: sono anche avvocati, giudici, uomini della guardia di finanza, dipendenti pubblici che truffano lo stato per cui lavorano. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita. Un paese così non può funzionare. È un paese morto.

Anche lei è stato accusato di aver raccomandato suo figlio Alberto.

Alberto si è laureato con 110 e lode. Ha studiato ad Harvard, alla Columbia, a Berkley, in Francia. Ha fatto ricerca sul campo. Ha condotto un programma sulla televisione svizzera. Quando mi chiesero di prenderlo, mi opposi: sapevo che avrebbero parlato di favoritismo. Ma insistettero, e mi convinsi che non potevo fare una discriminazione al contrario. Alberto è veramente bravo. Lo dimostra il successo dei programmi che conduce e dei libri che scrive. E, comunque, né io né lui siamo assunti dalla Rai. Abbiamo dei contratti stagionali. E siamo giudicati in base ai risultati che otteniamo. Dovrebbe essere così anche altrove.

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